Il Tour de France 2026 è entrato nel vivo, ma a far tremare il gruppo in queste prime tappe non sono solo le salite dei Pirenei, bensì un nemico invisibile e asfissiante: il caldo estremo. Con la Francia stretta nella morsa di un'ondata di calore che sta portando le temperature a toccare i 40 °C, e con la terza tappa costretta a blindare il finale vietando l'accesso al pubblico a causa del rischio incendi, i corridori iniziano a far sentire la propria voce.

Il più duro di tutti è Matteo Trentin. L'esperto corridore italiano della Tudor Pro Cycling, da sempre in prima linea sul fronte della sicurezza in corsa ha rilasciato un'intervista di fuoco ai microfoni di WielerFlits.

"È malsano. Se fossi un normale cittadino, non uscirei di casa"

"È giunto il momento che ci mettiamo tutti seduti intorno a un tavolo per capire come gestire questa situazione in futuro" – ha esordito un amareggiato Trentin – . Tutto questo è malsano. Non so se sia strettamente 'pericoloso', ma di sicuro non è salutare. Fa caldo da sempre, d'accordo, ma le ondate di calore degli ultimi anni sono diverse. Di notte non rinfresca più".

Il corridore della Tudor non usa giri di parole e punta il dito sul cambiamento climatico, una realtà che il ciclismo non può più permettersi di ignorare: "Il cambiamento climatico è all'ordine del giorno, non è qualcosa che inizierà l'anno prossimo. Adesso è difficile cambiare le cose all'ultimo momento, perché tappe come quelle del Tour vengono preparate per mesi. Ma per il futuro dobbiamo parlarne seriamente. Partire intorno a mezzogiorno sotto questo sole cocente non è un'idea intelligente. E non è nemmeno responsabile correre".

Poi l'affondo, paragonando la vita dei ciclisti a quella di qualunque altro lavoratore: "Se non fossi un corridore ma un normale cittadino, oggi non sarei mai uscito di casa".

Il paradosso dei regolamenti: "In edilizia ci si ferma, noi no"

Trentin solleva un problema sindacale e umano di enorme rilevanza, evidenziando il doppio standard applicato agli atleti professionisti rispetto ad altre categorie di lavoratori che operano all'aperto nelle ore più calde della giornata.

"In Italia e in Francia ci sono leggi precise per chi lavora nell'edilizia o nel settore agricolo: con queste temperature non possono lavorare. Tecnicamente anche noi stiamo lavorando. Certo, andare in bicicletta è bellissimo, ma resta il nostro lavoro".

Fermare una corsa a tappe in pieno svolgimento è un incubo logistico, e Trentin ne è perfettamente consapevole, ma proprio per questo chiede regole strutturali e preventive: "Fermare la gara durante il percorso è difficilissimo. Magari in un punto ci sono 40 gradi e poco dopo 38... Quando decidi di fermarti? Ecco perché dobbiamo iniziare a pensarci seriamente prima".

L'appello ai vertici: "Bisogna agire subito, ho già paura della Vuelta"

Il corridore della Tudor lancia infine un appello disperato alle istituzioni del ciclismo, dall'UCI agli organizzatori delle grandi corse, chiedendo di non rimandare una discussione che rischia di essere affrontata, come sempre, troppo tardi.

"Chiedo alle autorità di prendere decisioni in fretta.

Non rimandiamo alla prossima settimana o al prossimo mese, perché sappiamo come va a finire: vola via un altro anno e ci ritroveremo qui a fare esattamente lo stesso discorso. Deve cambiare qualcosa, e deve cambiare in fretta".

Uno sguardo che va anche oltre la Grande Boucle, pensando già al prosieguo della stagione: "Vedo già grossi problemi in arrivo per la Vuelta a España, dato che gran parte del percorso attraverserà il caldissimo sud della Spagna. Se penso di essere al via, vi dico la verità: ci penso già con terrore. Correre con questo caldo è semplicemente malsano".

Parole pesanti che pesano come macigni sul ciclismo moderno, costretto a fare i conti con un pianeta che cambia, mentre i regolamenti sulla salute dei corridori restano pericolosamente fermi al palo.