Finalmente possiamo leggere ed analizzare la norma sul c.d. Bonus di 80 euro. La misura è destinata al solo 2014, come chiaramente recita la norma, al comma III, quindi per il 2015 ovvero per renderla strutturale, come si dice, occorrerà un successivo provvedimento. Le coperture non ci sono.

Ma il vero problema del provvedimento del c.d. Bonus fiscale o più noto come "decreto 80 euro" è fondamentalmente un altro. Si tratta di una misura valida oppure no? L'analisi della norma deve essere fatta sotto un'ottica fiscale, una macroeconomica ed una microeconomica.

Dal punto di vista fiscale, la misura tenderebbe ad "alleggerire" la pressione fiscale, come più volte segnalato dalla Corte dei Conti, vera palla al piede del sistema tributario italiano.

Come è noto la riduzione della pressione fiscale determina un aumento della base imponibile, la riduzione dell'evasione e dell'elusione fiscale, nonché una maggiore fiducia dei cittadini nei confronti dello Stato.

In tal caso, tuttavia, la riduzione della pressione fiscale è modestissima ed in più va a beneficio di una categoria di lavoratori, quelli dipendenti, che poco o per nulla sono interessati dalle dinamiche fiscali: pertanto il beneficio fiscale generale si riduce in un "maleficio" nel senso che la base imponibile si riduce dell'esatto ammontare del "bonus" concesso.

Dal punto di vista macroeconomico la misura si inserisce nelle politiche neokeynesiane tendenti all'innalzamento del PIL, agendo sulle sue componenti formative. Il PIL (Prodotto Interno Lordo che indica la ricchezza di un Paese) è uguale alla somma di C (Consumi), I (Investimenti), G (Spesa Pubblica), NX (Saldo della bilancia commerciale).

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Per aumentare il PIL, quindi, occorrerà aumentare uno o più dei suoi elementi. Considerati i vincoli di bilancio imposti dall'Unione Europea, che ci impediscono di aumentare la spesa pubblica, il bonus vorrebbe far aumentare i consumi.

Tuttavia anche da questo punto di vista la misura appare debole: in primo luogo perché l'aumento dei consumi si realizza in tempi medio-lunghi, mentre il bonus è limitato al brevissimo periodo; in secondo luogo perché i beneficiari dell'intervento hanno maggiore propensione al risparmio rispetto alla propensione al consumo; in terzo ed ultimo luogo perché l'intervento, in assenza di coperture e finanziato in deficit rischia di aver un effetto boomerang di stagnazione o addirittura di riduzione dei consumi.

Dal punto di vista microecomico la misura tenderebbe ad una redistribuzione della ricchezza in funzione di solidarietà sociale a favore delle fasce di reddito medio-basso, il c.d. ceto medio. Anche da tale angolo di visuale la misura non solo appare debole, ma addirittura controproducente.

Ed infatti si rivolge ad una platea che, meno di altre, ha subito gli effetti della crisi, in quanto comunque dotata di un reddito fisso e comunque certo e quindi, per tal verso, può apparire come "ingiusta" nei confronti dei ceti poverissimi o comunque a ridosso della soglia di povertà.

Inoltre si rivolge ad una platea di beneficiari, identificata con criterio meramente oggettivo basato sul parametro reddituale, che annulla se non svilisce grandemente qualunque rilievo meritocratico: l'effetto, con una misura a pioggia, è quello di premiare chi non merita (i c.d. fannulloni), di dare a chi non ha bisogno, di dare a chi non ha diritto (evasori parziali), nonché di escludere i veri bisognosi ed il tessuto produttivo del Paese.

Un malus più che un bonus.