La criminalità organizzata ha scoperto Internet da tempo. L’utilizzo di mezzi di comunicazione digitale basati su protocolli di Rete consente di comunicare in modo decisamente più sicuro rispetto alla telefonia tradizionale. Funzionalità come il criptaggio dei dati o l’autodistruzione dei contenuti offrono ottime opportunità per far sì che le comunicazioni non vengano intercettate né rintracciate, e ci sono innumerevoli evidenze investigative che accertano l’utilizzo da parte dei boss di software come Skype, WhatsApp e Telegram.

Le mafie hanno imparato anche a fare ‘community’ e a strutturare ‘marketplace’. In Rete sono nate piazze di illegalità virtuali, in cui domanda e offerta si incontrano e le criptovalute diventano il mezzo ideale per il pagamento: non hanno fisicità e i soggetti delle transazioni sono difficilissimi da identificare. Internet è inoltre una sconfinata fonte per l’appropriazione illecita di dati sensibili e finanziari, grazie per esempio alla clonazione di carte di credito o al furto di dati di accesso a conti bancari online. I siti di gioco d’azzardo poi, possono rivelarsi uno straordinario strumento per il riciclaggio del denaro sporco.

Se da una parte le mafie hanno tendenza a inabissarsi, dall'altra l'utilizzo dei social network può dare vantaggi

Se da una parte però le mafie hanno interesse a inabissarsi nelle pieghe digitali della Rete per svolgere nel più completo anonimato le loro attività, per le organizzazioni criminali è altrettanto interessante creare consenso attraverso l’utilizzo delle reti sociali. Si tratta di un’emersione tutt’altro che improvvisata, che evidenzia una profonda conoscenza delle dinamiche di coinvolgimento degli utenti grazie all’uso di like, commenti e condivisioni di contenuti.

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Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata presso l’Università di Roma Tre, spiega che se le reti sociali, come è ovvio, sono principalmente utilizzate dalle giovani leve delle famiglie mafiose, i contenuti dei messaggi di questi ‘picciotti 2.0’ rientrano però nell’alveo dei codici più tradizionali di mafia, quelli da sempre utilizzati dai loro padri.

La ricerca di consenso dei giovani mafiosi avviene partendo dalla negazione dell’esistenza delle organizzazioni criminali, che sarebbero un’invenzione degli ‘sbirri’, con il conseguente garantismo nei confronti dei mafiosi in carcere, vittime innocenti da sostenere e soggetti a regimi carcerari inumani.

Non mancano altri cavalli di battaglia come la demolizione dell’immagine di testimoni di giustizia e pentiti, che vengono definiti, come è nella più solida tradizione mafiosa, degli “infami.”

La loquacità delle giovani generazioni di mafiosi sui social network non deve stupire

“Se il silenzio per la mafia è fondamentale”, spiega Ciconte in un’intervista pubblicata sul sito della Polizia di Stato, “il fatto che le giovani generazioni siano così loquaci sui social network non deve però stupire”, per il semplice motivo che le organizzazioni mafiose si adeguano al cambiamento.”

Le attività dei mafiosi in Rete rivolte al coinvolgimento degli altri navigatori, quando non sono di propaganda, mirano agli stessi scopi del mafioso ‘classico’: l’intimidazione, il controllo, lo sfoggio del potere, la vanteria, la sopraffazione.

“Il controllo sulle persone”, spiega ancora Ciconte, “attraverso i mezzi di comunicazione digitale può avvenire in modo più veloce rispetto ai mezzi tradizionali, perché se qualcuno mette dei like o condivide più volte dei post e poi interrompe il consenso, il mafioso può chiedergliene conto.”

Il mafioso può dunque sfruttare il suo profilo social e quello dei suoi amici e sodali per decifrare in tempo reale la modalità e l’evoluzione del consenso nei suoi confronti e nei confronti delle attività dell’organizzazione criminale di appartenenza, proiettandosi ben oltre la semplice propaganda e mettendo in atto rapidamente delle strategie operative e di comando.

“È difficile prevedere quale direzione prenderà l’utilizzo dei social da parte delle giovani generazioni mafiose”, osserva Ciconte. “Per questo diventa sempre più importante monitorare questo flusso di informazioni e studiarne l’evoluzione.”

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