"Adesso basta: parlo poco, ogni due anni, ma la norma 'anti-Fazio' approvata dal Cda mi obbliga a dire la mia". Parole risentite, quelle pronunciate da Fabio Fazio che ha rilasciato una lunga intervista a Marco Travaglio e Alessandro Ferrucci, apparsa venerdì scorso su Il Fatto Quotidiano.

Il conduttore di Che tempo che fa, ha commentato polemicamente l'approvazione da parte dei vertici Rai di una norma voluta dall'amministratore delegato Fabrizio Salini che lo penalizzarebbe, oltre ai tanti attacchi che gli sarebbero arrivati dal leader leghista, Matteo Salvini. La norma, definita anti-Fazio, mira a risolvere i conflitti d’interessi nell’azienda pubblica tra conduttori, agenti televisivi e produttori, e prevede l'utilizzo di risorse interne per tagliare i costi aziendali.

Fazio, programma coperto dalla pubblicità

Il conduttore si è sfogato con Il Fatto Quotidiano, innanzitutto commentando la norma appena approvata dal Cda Rai. Fazio ha sostenuto di subire in Rai un trattamento che non avrebbe precedenti: contro di lui sarebbe in corso una guerra iniziata tre anni fa. All'epoca, sarebbe stato pronto a trasferirsi a Discovery Channel, ma la Rai gli chiese di restare. "Mi scappò detto che la politica non doveva più entrare nella tv", ha ricordato il conduttore-produttore di Che tempo che fa. Quella sua frase sarebbe stata letta come una questione personale. Da quel momento sarebbe iniziato "un linciaggio senza eguali né giustificazioni", ha aggiunto.

Ha ricordato i trasferimenti del suo programma da Rai 3, dove ha esordito, a Rai 1, infine a Rai 2.

Ha riferito di aver subito molti attacchi dall’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini: per l'esattezza 123, li avrebbe contati. Attacchi a cui la Rai avrebbe risposto con il silenzio.

Sul suo conto, sarebbero state diffuse notizie false: i costi di produzione del programma, sarebbero diventati i suoi guadagni, per cui si sarebbe arrivato a dire che avrebbe ricevuto uno stipendio da 12 milioni l'anno per quattro anni.

Ha lamentato che l'azienda avrebbe chiesto a tutti di ridursi il compenso, ma solo lui l'avrebbe fatto. Fazio ha detto di essere stufo di doversi difendere per il suo lavoro. Il suo programma costerebbe assai meno di tanti altri in Rai e comunque sarebbe interamente coperto dalle entrate pubblicitarie.

Fazio, 'La piantate o mi cacciate'

Rivolto al Consiglio d'Amministrazione della Rai, Fazio ha poi aggiunto: "Voglio essere trattato da professionista che lavora in Rai.

La piantate o mi cacciate". Ha precisato di avere un contratto ancora per un anno, e di stare lavorando a un progetto per Rai 3: una storia agiografica della tv per il 2021-’22. "Ma non è scontato il prolungamento del contratto oltre la scadenza del ’21", per via di questa ostilità interna.

In azienda sarebbe visto come un avversario politico, anziché come un professionista della tv, e sarebbe osteggiato per il suo stile di conduzione, etichettato con espressioni quali 'buonismo' e 'perbenismo culturale'. Sulla questione del suo compenso, oggetto di polemiche e contestazioni non da oggi, Fazio ha chiarito di guadagnare due milioni l'anno, e di darne uno orgogliosamente al fisco. Fazio ha una sua società di produzione, l'Officina, realtà che confliggerebbe con la nuova norma Salini che prevede che chi conduca una trasmissione non la possa anche produrre.

E poi perché autoprodursi, al posto della Rai? Secondo Fazio, sarebbe il modo per controllare il prodotto, cosa che fanno anche Bonolis, Floris, De Filippi. Ha annunciato che resterà in Rai se lo riterrà utile e se non diventerà "un campo di battaglia o un palo di esibizione".

Cosa prevede la riforma Salini

La Rai ha approvato la nuova policy che entrerà in vigore a partire dal prossimo 17 settembre. L'amministratore delegato Fabrizio Salini si è attenuto alle indicazioni della Commissione vigilanza e dell'Agcom. La riforma mira a tagliare le spese del servizio pubblico, dai costi di produzione dei programmi ai compensi degli artisti. Disciplina e limita il campo d'azione di ogni agente dello spettacolo che non potrà rappresentare oltre il 30% degli artisti nell'ambito di una stessa produzione Rai, né potrà curare gli interessi di artisti di trasmissioni da lui prodotti.

Valorizza, inoltre, la produzione interna Rai, riducendo appalti e subappalti esterni di programmi.

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