Attrice, showgirl e influencer, Paola Saulino è una personalità poliedrica del panorama dello spettacolo italiano. Nata a Napoli, ha saputo costruire nel tempo un percorso trasversale che l’ha vista muovere con disinvoltura tra cinema, televisione e mondo digital. Parallelamente, Paola ha sviluppato una forte identità sui social network, diventando una voce riconoscibile e seguita. Non manca, infine, la sua passione per il calcio: tifosissima del Napoli, segue con attenzione le vicende della squadra azzurra. Blasting News l’ha contattata per fare un punto sulla sua carriera.

Paola Saulino: 'È cambiato il mio linguaggio e il mio modo d’adattarmi ai social'

Nel corso degli anni ha attraversato mondi diversi, dal cinema alla televisione fino ai social. Come descriverebbe l’evoluzione del suo percorso e quanto i social hanno inciso sulla sua crescita personale e professionale?

‘L’evoluzione è naturale del mio percorso. Il cinema e la televisione ci sono stati a tratti. I social ci sono stati sempre perché dipendono da me e non da opportunità terze. I social sono cresciuti con me o io sono contemporaneamente cresciuta. Cioè i social si sono evoluti naturalmente e io sono cresciuta. Hanno inciso perché ho cercato di adattarmi e adeguarmi con i codici comunicativi. Ogni paio d’anni sembra una mezza era geologica nell’era dei social.

Cambiano le strategie comunicative e non solo. È cambiato il mio linguaggio e il mio modo d’adattarmi ai social. Personalmente, nel tempo, ho deciso di adattare il linguaggio alla persona che diventavo. Quando era più piccola vi era più oversharing. Ora come ora decido di mantenere un tratto di autenticità ma decido di condividere molto meno della vita quotidiana, le cose personali. Il racconto della mia vita è limitato. È uno più strategico dei social pur mantenendo una certa autenticità. Non vivo i social come una vetrina estetica. Sono una star dei social e non voglio perdere quella autenticità. La mia persona passa soprattutto dai social. Non sono una popstar che utilizza i social. Se entri nelle mie pagine percepisci parte di me’.

Oggi i social sono spesso una vetrina ma anche una responsabilità. Che rapporto ha con la sua community e quanto sente il peso – o il valore – dell’essere un punto di riferimento per chi la segue?

‘Spesso vengo percepita come una semplice vetrina estetica, performante, ma dietro c’è molto di più. C’è una grande responsabilità, che per me è prima di tutto intellettuale e personale. Non nasce dall’esterno, non dipende dal giudizio o dall’energia degli altri: nasce da dentro di me. Io mi rispetto molto, so chi sono e conosco il mio valore, ed è lo stesso valore che cerco di trasferire ogni volta che condivido qualcosa. Ogni contenuto che pubblico è l’ultimo step di un processo personale: prima vivo, penso, elaboro, anche privatamente, poi – solo alla fine – condivido.

Mi considero una commentatrice, una storyteller. Racconto la mia vita per viverla davvero, accettando anche le delusioni o le conseguenze che possono arrivare. Non le considero necessariamente negative: fanno parte del percorso, mi rendono interessante, umana. Quando sto male non mi nascondo dietro l’estetica. Mi prendo per quello che sono, per le emozioni che provo. La condivisione non serve a dare risposte definitive, ma ad aprire scenari di pensiero, stimolare riflessioni, creare dibattito. Non pretendo di essere un punto di riferimento per tutti, ma so che per qualcuno lo sono, e questo comporta una responsabilità che sento profondamente. In particolare, sento di poter essere una voce, un punto di riferimento su temi che conosco e vivo: la sessualità, il femminile, le relazioni, l’intimità, il corteggiamento.

Sono ambiti che oggi sono profondamente influenzati dalla comunicazione digitale e da nuove narrazioni. Oggi utilizzo piattaforme anche come Onlyfans. L’amore, il sesso, le relazioni non sono più quelli di trent’anni fa: tutto passa attraverso nuovi linguaggi e nuovi modelli. Io studio comunicazione, sulla carta sono un’antropologa del presente. Mi interessa osservare, analizzare, unire il dato formativo e quello esperienziale, usando me stessa – il mio corpo, il mio nome, la mia storia – come strumento di racconto. Non per sentito dire, ma per sentito vivere. Inserire questi grandi temi in una cornice sociale ed etno-antropologica, non per dare verità assolute, ma per aprire piste di pensiero.

È questo, per me, il senso del mio lavoro’.

Su cosa sta concentrando le sue energie in questo periodo? C’è un progetto, artistico o personale, che sente particolarmente suo e che rappresenta bene la fase che sta vivendo oggi?

‘Quella che sto vivendo oggi è una fase profondamente strutturale. Il mio progetto – personale, professionale e anche artistico – ha ormai una natura chiaramente imprenditoriale. Quello che faccio rientra in un sistema complesso che definirei un vero e proprio ecosistema comunicativo e digitale. Dietro alle idee, alla creatività e ai contenuti c’è un processo concreto e materiale: dalla parte autoriale a quella estetica, passando per l’editoriale, la post-produzione, l’editing, il montaggio.

Il fatto che io appaia in prima persona rende tutto ancora più delicato e responsabile. Inoltre sto sviluppando il progetto su più filoni narrativi. Da una parte c’è una narrazione più personale e antropologica, che parte dalla mia esperienza diretta, dal vissuto, dall’osservazione delle dinamiche sociali e relazionali. Dall’altra sto costruendo una dimensione più media, in cui mi muovo come conduttrice e come giornalista: penso, ad esempio, a contenuti legati alla MotoGP o ad altri ambiti, raccontati con un linguaggio che unisce informazione, intrattenimento e una certa teatralità. Anche questa parte richiede una struttura precisa e l’ingresso di nuove figure all’interno del mio team. Tutto questo rientra in una cornice ben definita: la mia azienda, la mia società di comunicazione.

È lì che sto investendo tempo, energia e risorse economiche. È la spina dorsale di tutto il progetto creativo. Senza struttura si corre il rischio di muoversi nel vuoto: io stessa, negli ultimi anni, ho capito di essere andata molto veloce, forse troppo, e a un certo punto sono caduta. Da lì ho sentito la necessità di fermarmi, rientrare, ricostruire. Negli ultimi due anni non mi sono mai davvero fermata, ma ho rallentato per creare basi solide. Oggi so che non posso correre in modo compulsivo se non sono pronta. La struttura imprenditoriale è fondamentale per sostenere la parte comunicativa, per affermarsi davvero, non per dimostrare qualcosa, ma per essere coerenti con il proprio valore. È un progetto che sento molto mio, perché tiene insieme il lavoro e la persona.

Per me il lavoro vissuto personalmente è una cosa seria, va affrontata con rispetto, attenzione e consapevolezza. Ed è esattamente questo il momento che sto vivendo’.

'Mi sento in cantiere da tanto tempo, ma oggi avverto che i tempi stanno finalmente maturando perché molte cose possano realizzarsi'

Guardando avanti, quali sono i sogni o gli obiettivi che sente ancora da raggiungere? Preferisce lasciarsi sorprendere dalle occasioni o ha già in mente una direzione precisa per il tuo futuro?

‘Ho ancora moltissimi sogni e obiettivi da raggiungere, ma la sensazione è che non abbiamo nemmeno iniziato davvero. La vita, però, sorprende sempre: spesso accade proprio mentre stai facendo altri piani, e io sono assolutamente pronta a farmi attraversare da quello che arriva.

Quando si tratta di vita, io alzo la mano e dico “presente”. Detto questo, un piano serve. La chiarezza viene prima di tutto. Mi sento in cantiere da tanto tempo, ma oggi avverto che i tempi stanno finalmente maturando perché molte cose possano realizzarsi. Anche se può sembrare strano dirlo, non è una narrazione “da televisione”. Il mio percorso comunicativo è già, di fatto, mainstream: lavoro su format pubblici, sui social, in un linguaggio che appartiene pienamente al nostro tempo. Sento però il bisogno di attraversare una fase ulteriore, quella della validazione esterna del mio punto di vista. Non perché ne abbia bisogno per definirmi, ma perché fa parte del percorso. Voglio anche rompere certe letture superficiali su di me: non sono un ingranaggio, non sono una pedina.

La mia strada è la comunicazione, anche quando non sono io a parlare direttamente, perché c’è sempre una visione, un’idea, un posizionamento. Per me è fondamentale mantenere l’autenticità. Non potrei mai essere una conduttrice intesa come semplice esecutrice: perderebbe senso, perderebbe verità. La televisione, invece, è un obiettivo che sento di dover raggiungere. Uscire da un pubblico più ristretto, confrontarmi con un linguaggio ancora più ampio, mi permetterebbe di mettere davvero alla prova le mie capacità comunicative, di capire come crescere, come inventare qualcosa di mio partendo da insegnamenti solidi. Immagino la televisione sia nel suo senso più tradizionale, sia in una forma innovativa, declinata in un linguaggio che mi rappresenti e che guardi al futuro.

Ma proprio la televisione “classica” è quella che oggi mi manca: sento che mi darebbe energia, sicurezza, valore e, soprattutto, sarebbe una grande fonte di apprendimento’.

Se potesse parlare alla Paola più giovane, quella che muoveva i primi passi nel mondo dello spettacolo, che consiglio le darebbe oggi, con l’esperienza che ha maturato?

‘Siamo tutti bravissimi a parlare col senno di poi. Così è facile. Ma la verità è che la Paola più giovane non avrebbe potuto fare meglio di quello che ha fatto, nel momento in cui si trovava e con i mezzi che aveva: emotivi, materiali, interiori. Ho fatto esattamente il massimo possibile per quella fase della mia vita. Se potessi tornare indietro non le darei consigli di lavoro, né strategie.

Le darei solo un abbraccio. È l’unica cosa di cui aveva davvero bisogno e che non ha mai ricevuto fino in fondo: un sostegno emotivo, una pacca sulla spalla, un bacio in fronte che dicesse “stai andando nella direzione giusta, io credo in te”. Un po’ di amore incondizionato. Io non sono una persona schematica, non sono sintetizzabile né categorizzabile. Non sono standardizzabile. Non sono “quella di OnlyFans”, non sono “l’attrice”, non sono “la provocatrice” o “quella intelligente”. Sono un sistema complesso, fatto di sfumature. Dico sempre che sono 50% intellettuale e 50% provocazione: posso essere profonda e posso essere spiazzante, riflessiva e teatrale. E per contenere tutto questo servirebbe qualcuno capace di comprenderlo davvero. Quella persona, a oggi, non l’ho ancora trovata. Magari intervistami tra cinque anni e ti dirò che sì, finalmente l’ho incontrata. Perché io so perfettamente cosa mi è mancato e cosa mi serve ancora: qualcuno che sappia dare una direzione, anche molto concreta, fatta di step chiari, senza paura di credere nelle mie idee e nel mio talento, senza timore di azzardare, di scommettere. Ma ho capito anche un’altra cosa fondamentale: se quella persona non arriva, allora quella persona sono io. Oggi sono io la manager di me stessa, quella che sta trovando e costruendo la propria energia direzionale. Sono certa che prima o poi arriverà anche qualcuno disposto a credere davvero, a investire, a rischiare insieme a me. Forse, anzi, dico una chicca, potrebbe essere arrivato chi vuole scommettere’.

'Anche nei momenti difficili, anche quando si cade, il Napoli resta un simbolo di bellezza imperfetta'

Segue con passione il Napoli. Che momento sta vivendo secondo lei la squadra e cosa rappresenta, per una tifosa come lei, il legame tra la città e il calcio?

‘Forza Napoli, sempre. Innanzitutto questo. I miei preferiti sono Neres e McTominay. Seguo il Napoli ovunque, nel mondo, anche da Dubai. Ma il mio non è mai stato un tifo solo sportivo. Io seguo il Napoli con una passione che va oltre il calcio. Questo è un momento complesso, un momento intenso, come spesso accade al Napoli. Un momento in cui convivono ambizione, aspettativa, pressione e identità. Ed è proprio la parola identità quella a cui sono più legata. Perché il Napoli non è una squadra che si misura soltanto nei risultati. Il Napoli si misura nella tensione emotiva che genera, nel modo in cui entra sotto la pelle, nel modo in cui ti attraversa. Per una persona come me, con il fango napoletano addosso, il legame tra la città e il calcio è qualcosa di profondamente antropologico. Napoli non vive il calcio come intrattenimento: lo vive come linguaggio emotivo, come riscatto, come affermazione di sé nel mondo. Napoli è una narrazione collettiva. È il luogo in cui una città che per troppo tempo è stata raccontata male – o comunque semplificata – prova finalmente a raccontarsi da sola.Attraverso il calcio, Napoli si racconta. Il Napoli è una narrazione identitaria, collettiva. Questa squadra rappresenta una forma di resistenza culturale, ed è un aspetto fondamentale. Anche nei momenti difficili, anche quando si cade, il Napoli resta un simbolo di bellezza imperfetta. Di genialità imperfetta. Intrinsecamente imperfetta. Di fame vera. È tutto sporco, tutto irregolare, tutto incompiuto. Ma è proprio lì che nasce il sublime. Il Napoli è una squadra che non ha mai avuto il privilegio della leggerezza – e su questo ci tengo molto – ma che ha sempre avuto il dono dell’anima. E torno un attimo su questo concetto della leggerezza. Perché, come me, il Napoli porta Napoli nel mondo. Fare Napoli significa portare con sé una visione: quella di una città che non chiede di essere capita, ma rispettata. Perché per troppo tempo non è stata rispettata. E da qui nasce una fame di riscatto ancora cruda, ancora viva, ancora dolorosa nelle sue manifestazioni. Napoli è cruda. E lo è anche il Napoli. È una città che si muove dalla ferita. Una città in cui spesso i comportamenti passano attraverso la lente del dolore. Napoli non si spiega: si sente. Esattamente come il suo calcio. E sulla leggerezza voglio essere sincera. Io so di cosa parlo, perché questa cosa ce l’ho nel cuore. Nonostante io possa apparire una persona leggera – e per me è già un enorme traguardo apparire leggera – quella leggerezza è il risultato di un lavoro enorme di semplificazione della complessità. Se a volte, soprattutto sui social, sembro provocatoria ma leggera, significa che ho fatto un ottimo lavoro su me stessa. Io non ho la leggerezza dentro. Perché la mia città non ce l’ha. Napoli è complessa nei pensieri, nel sentire, nel vivere. Già l’Italia è complessa di suo, ma Napoli porta questa complessità a un livello ancora più profondo. Qui non c’è niente di semplice: tutto è intenso. Le persone sono intense. Il calcio è intenso. Il tifo è intenso. I rapporti sono intensi. I litigi sono intensi. Le emozioni sono intense. E questo, per me, è stato anche un limite. Perché a volte ti soffoca. Poi esci da Napoli, esci dall’Italia, entri in un mondo diverso. Soprattutto nelle culture anglofone, o quando inizi a muoverti in contesti internazionali, dove la lingua stessa – l’inglese – semplifica il pensiero, ti scontri con un altro modo di vivere, di lavorare, di pensare. Un approccio completamente diverso. Ed è lì che capisci davvero quanto Napoli – e il Napoli – ti abbiano formato. Nel bene e nel male. Nell’intensità. Nell’anima. Nella mancanza di leggerezza. Ma anche in quella fame irriducibile di esistere, di affermarsi, di non chiedere permesso. È tutto così direzionale, semplificato, chiaro, deciso. Nulla a che vedere con la complessità napoletana. Ed è per questo che il mio obiettivo, nel mondo, è diventare una napoletana nel mondo. Non smetterò mai di essere napoletana. Io resto napoletana. Ma mi piacerebbe portare fuori un po’ di quella complessità, provare a tradurla, a ridurla in parte, per renderla commestibile, leggibile, comprensibile. Senza però tradirla. Portare la complessità napoletana nel mondo è, per me, una missione. E farlo significa fare un esercizio di riduzione della complessità che è profondamente antropologico, linguistico, sociale, creativo, contenutistico, performativo. È un esercizio potentissimo. E anche estremamente interessante. Penso, per esempio, a quella collaborazione tra un Geolier e una figura internazionale come 50 Cent. È l’incontro tra sistemi e linguaggi totalmente differenti. Magari, in quel caso specifico, esistono anche dei punti di contatto. Ma il senso è proprio quello: mettere la complessità accanto alla chiarezza, l’irregolarità accanto alla direzionalità. È sempre lì il punto. Complessità messa in dialogo con semplicità. Profondità che incontra il codice globale. Ed è esattamente questo l’obiettivo della mia arte, del mio messaggio, della mia comunicazione. Mescolare il napoletano con l’internazionalità. Tradurre senza impoverire. Rendere accessibile senza sterilizzare. In questo, il calcio è di enorme aiuto. La società sportiva calcio Napoli, il Napoli nel mondo, sta facendo tantissimo. Forse senza esserne pienamente consapevole, ma sta contribuendo in modo culturale, comunicativo, identitario, antropologico a questo processo di semplificazione del complesso di cui parlo. Il calcio napoletano sta esportando la napoletanità nel mondo. Sta rendendo leggibile una complessità che altrimenti resterebbe chiusa, fraintesa, o ridotta a stereotipo. E questo è un contributo enorme. Per Napoli. Per chi viene da Napoli. E per chi, nel mondo, impara a conoscerla davvero’.