Ieri si è concluso a Doha il vertice tra i Paesi produttori di petrolio, convocato per trovare un accordo per la riduzione o il contenimento della produzione del combustibile.
Il fallimento del vertice era nell'aria: l'Arabia Saudita aveva preannunciato che non avrebbe sottoscritto nessun accordo (l'ipotesi era di mantenere la produzione bloccata a quella del gennaio scorso) che non fosse stato sottoscritto anche dall'Iran, storicamente il competitor politico e religioso dell'Arabia Saudita della regione e, dalla revoca dell'embargo, anche nel campo della produzione petrolifera.
Per l'Iran, tuttavia, che punta tutto sul ripristino della sua quota di mercato per risollevare una economia messa duramente alla prova da anni di embargo, la proposta era inaccettabile. Anche se gli operatori economici speravano in un accordo, l'esito negativo del vertice appariva quindi scontato,
Le conseguenze del fallimento
Ma perché i paesi produttori si sono posti il problema di una limitazione della produzione? Chi perderà e chi guadagnerà dal fallimento del vertice di Doha? La necessità di porre un freno alla produzione è dovuta al surplus di offerta dell'oro nero, causata da due fattori concomitanti: da una parte, l'aumento dell'offerta, causata dall'entrata a regime della produzione statunitense dello "sheil oil" e, più recentemente, dalla revoca delle misure di embargo nei confronti dell'Iran; dall'altra la riduzione della domanda mondiale di petrolio, dovuta al rallentamento dell'economia del pianeta e in particolare di quella cinese, la "fabbrica del mondo".
La conseguenza del surplus dell'offerta è stato, a partire dall'inizio del 2014, un calo costante del prezzo del greggio, che è passato dai massimi che superavano i 100 $ al barile agli attuali 40 $ (con minimi intorno ai 25 $ nel mese di febbraio).
Il prezzo troppo basso del petrolio è considerato un elemento negativo per l'economia mondiale nel suo complesso sia perchè esso in basso l'inflazione, in un momento in cui molte banche centrali stanno combattendo una battaglia per uscire dalla deflazione e riportare l'inflazione almeno al 2%, sia perchè determina un calo del PIL dei Paesi produttori, e quindi un calo della domanda di prodotti sul mercato mondiale, già abbastanza depresso.
Le ripercussioni più pesanti le hanno ovviamente i Paesi produttori, specialmente quelli nei quali il costo di estrazione è molto alto: Venezuela e Nigeria innanzi tutto, perché hanno i prezzi di estrazione più alti e perché la loro economia si basa quasi esclusivamente sull'export del petrolio.
A lungo andare, però, potrebbero risentirne anche Stati Uniti e Russia: per i primi c'è il rischio di insostenibilità economica dello Share Oil, con conseguente ricaduta sugli istituti finanziari che hanno fatto credito alle ditte produttrici (e si parla di cifre enormi); la Russia, che ha un prezzo di estrazione abbastanza basso, paga il fatto di essere molto dipendente dall'export del gas e del petrolio, per non aver sviluppato un robusto mercato interno che possa assorbire uno shock dal lato esportazioni.
Le nazioni che soffriranno meno questa crisi sono, guarda caso, proprio l'Iran e l'Arabia Saudita, che hanno prezzi di produzione molto bassi e possono sostenere prezzi basi per molto tempo in futuro.
Per questo, non ostante la dichiarazione che i negoziati andranno avanti ad oltranza fino a giugno, è prevedibile che i Paesi produttori non raggiungeranno nessun accordo in futuro e che il prezzo del petrolio, stante la debole domanda mondiale, sia destinato a scendere ancora nei prossimi mesi.