Il tema delle pensioni, in particolare in questi giorni, sta diventando il vero grattacapo del governo, ma soprattutto di chi è in odore di pensione (o almeno spera di esserlo), vedi il caso esodati, vedi la questione quota 96, vedi la vicenda dei macchinisti ferrovieri e dei postelegrafonici. Ciascuna di queste categorie, ognuno appartenente ad esse, potrebbe scrivere un libro sulla sua o loro storia.

Storia fatta di sacrifici, di illusioni, di speranze, di false promesse, di attese vane.

Ma c'è una spiegazione a tutto ciò? Come è potuto accadere?

Si parla di quote, di finestre, di sistema contributivo e retributivo, insomma una giungla di parole, spesso incomprensibili ai più, che non sanno darsi una spiegazione logica. Tutti siamo portati ad affermare: "ho lavorato per quarantanni, ho servito lo Stato fedelmente, ho versato i contributi, eppure non riesco a raggiungere la meta agognata: la pensione. Cosa blocca la mia fuoruscita dal mondo del lavoro?" La spiegazione viene data sempre con termini giuridici o economici, dando la responsabilità ora all'uno ora all'altro fattore.

Quale l'origine di tale malessere?

Il tutto ha origine dalla riforma del governo Monti, dalla legge sulle pensioni denominata "legge Fornero", il Ministro titolare del Dicastero al lavoro, in quei giorni in cui sembrava proprio che l'Italia fosse sull'orlo di una crisi irreversibile. Nuove norme varata nel giro di qualche giorno, con l'ansia di dover far presto e bene. Ma quella legge, concepita come legge "salva Italia" ha provocato gravi disagi e danni economici e psicologici irrimediabili, in particolare in alcune categorie di lavoratori. Generando appunto esodati, pubblici e privati, cioè coloro che avevano raggiunto le quote previste allora e che, per effetto delle nuove norme, non son potuti andare più in pensione.

Inoltre c'è da prendere in considerazione che i meccanismi della legge Fornero avranno forti ripercussioni sulle pensioni soprattutto nei prossimi anni.

I Governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno investito molto nella spesa previdenziale e per far fronte all'eccessiva spesa in tale settore, sono state varate due riforme strutturali. La prima fu la riforma Dini, nel 1995, caratterizzata da un sistema contributivo unito ad età basse per i trattamenti che davano diritto alle pensioni di anzianità. Poi è arrivata la riforma Fornero, che nel dicembre 2011 estese a tutti il calcolo contributivo unificando in pochi anni le età per i trattamenti sia di anzianità che vecchiaia. Tali nuove norme hanno dato origine alle difficoltà ad andare in pensione oggi, sebbene si siano raggiunti limiti di età che non consentono quella tranquillità necessaria o quella forza fisica idonea e coerente con l'attività svolta.

C'è bisogno, allora, di una nuova riforma pensionistica?

Partendo proprio da queste considerazioni che appare ovvia la necessità di nuove riforme strutturali del sistema pensioni.

Ma non basta. Accanto a tali riforme occorre anche una decisa e forte crescita economicadell'Italia. Auguriamoci che ciò sarà possibile altrimenti saremo costretti sempre più a vedere i nostri giovani emigrare verso Paesi esteri alla ricerca di un lavoro, sempre più lontano. Il premier Renzi ha messo a disposizione la sua "faccia", scommettendo sulla rinascita dell'Italia, attraverso un percorso di riforme strutturali. Riuscirà nell'impresa?