La riforma del lavoro del governo Renzi giunge alle battute finali. Dopo il voto di fiducia del Senato vediamo di esaminarne le principali novità introdotte. Il testo passerà poi nuovamente alla Camera dei Deputati per esaminare le deleghe e gli emendamenti volti a smussare alcune rigidità in esso contenute.
Tutele crescenti
La novità principale di questa riforma del lavoro riguarda soprattutto le cosiddette tutele crescenti.
Nelle intenzioni del governo Renzi si vuole eliminare ogni forma di precariato istituendo la possibilità per i datori di lavoro di stipulare contratti a tempo determinato rinnovabili per un tempo massimo di tre anni nei quali valutare le attitudini dei lavoratori, inserendo una clausola di tutela che cresce col passare del tempo. Avranno una tassazione migliore rispetto alle forme precedenti e conterranno il risarcimento per il lavoratore licenziato. L'importo della liquidazione a lui spettante sarà calcolato in proporzione alla anzianità lavorativa.
Ammortizzatori
In caso che l'azienda colpita da crisi si trovasse nell'impossibilità di continuare il rapporto lavorativo con i dipendenti e fosse costretta alla cessazione dell'attività aziendale o di un ramo di essa, accertata l'impossibilità di procedere alla riduzione dell'orario lavorativo, la cassa integrazione sparisce. Per le aziende con numero di dipendenti inferiore alle 15 unità verrà estesa la possibilità di ricorrere ai contratti di solidarietà senza ricorrere alla misura del licenziamento.
I limiti
La necessità di perfezionare il testo la spiegano i deputati del Pd che hanno richiesto a gran voce di reinserire l'articolo 18 per i casi di licenziamento illegittimo e discriminatorio.
Si tratta di un punto molto controverso che ha reso necessario un ulteriore passaggio alla Camera. I critici della riforma contestano la parte per la quale il precariato nei fatti non verrà eliminato, stante la possibilità del datore di lavoro di reiterare i contratti a tempo determinato per poi assumere altro personale alla scadenza dei primi. Altro punto che lascia perplessità nelle convinzioni dei deputati del M5S riguarda l'eliminazione della Cassa Integrazione nel caso di cessazione dell'attività aziendale. Nei casi di fallimento, pratica a cui spesso si ricorre con sospetta facilità, i lavoratori si vedrebbero privati di ogni forma di ammortizzatori sociali. Questa e altre rigidità fanno derivare l'urgenza di rivisitare la riforma, per i cui dettagli ora se ne attende il nuovo passaggio a Montecitorio.