Un nuovo colpo di scena per i fatti avvenuti il giorno dell'omicidio di Chiara Poggi, la ragazza uccisa la mattina del 13 agosto del 2007 in un paesino della provincia Pavia. Venne giudicato colpevole il fidanzato dell'epoca, Alberto Stasi, nel dicembre del 2015. L'ex maresciallo dei carabinieri di Garlasco, Francesco Marchetto, diede una testimonianza falsa ed oggi la corte d'Appello ha affermato che quei racconti non veritieri sviarono le indagini.

Falsa testimonianza della bici nera

"Sviò le indagini" è quanto affermato il 12 ottobre dai giudici che hanno condannato la falsa testimonianza dell'allora Maresciallo Francesco Marchetto in merito alla bici di proprietà di Stasi collegata all'omicidio di Garlasco. I giudici emisero la sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato di cui era accusato Marchetto. I genitori della ragazza denunciarono l'ex maresciallo per falsa testimonianza tramite l'Avvocato Gian Luigi Tizzoni ed ottennero un risarcimento provvisorio di dieci mila euro.

Chiara aveva 26 anni quando il 13 agosto del 2007 venne uccisa nella villetta di famiglia con dei colpi mediante un oggetto che non venne mai identificato; la ragazza quella mattina aprì il portone di casa in pigiama, motivo per il quale secondo gli inquirenti, Chiara conosceva bene il suo assassino.

Era sola in casa

I genitori e il fratello di Chiara in quei giorni si trovavano fuori Garlasco per una vacanza e fu proprio Alberto Stasi, all'epoca 24 enne studente alla Bocconi, a dare l'allarme del corpo della fidanzata trovato insanguinato. I sospetti però si concentrarono immediatamente sul ragazzo perché sia le sue scarpe che i suoi vestiti erano completamente puliti senza nemmeno una macchia di sangue.

Stasi fu arrestato il 24 settembre del 2007 e scarcerato per insufficienza di prove quattro giorni dopo; successivamente venne alla luce un dettaglio, quello della bici nera "luxury" appartenente alla famiglia Stasi: i pedali originali vennero scambiati con quelli di un'altra bicicletta per camuffare le prove.

Nonostante tutte le accuse fossero rivolte contro Alberto Stasi, gli avvocati del ragazzo fecero ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel tentativo di ottenere una revisione del processo. Stasi venne definitivamente condannato al risarcimento di un milione di euro alla famiglia Poggi e nel suo computer venne trovato anche del materiale pedopornografico.