Il conflitto che vive l'Europa dopo la Brexit, la crisi greca, gli attentati terroristici di Parigi e Istanbul, non fa che acuirsi, nello scenario della già precaria situazione europea. Ci sarebbe bisogno di un'UE capace di portare pace e prosperità, ma ritroviamo in realtà un prevalere dei poteri forti, banche e aziende multinazionali, che dirige de facto le politiche europee.
Il primo passo per scongiurare la possibilità di ulteriori attacchi terroristici sarebbe innanzitutto un controllo efficace e trasparente dell'export di armi, come denunciato da più parti: il 40% della produzione mondiale è di origine europea, solo l'Italia nell'ultimo anno ha triplicato l'export di armi, anche aggirando la legge che impedisce l'esportazione a paesi in guerra.
Associazioni che da anni sono in prima linea nel settore della cooperazione internazionale, attraverso la campagna "Banche armate" denunciano a gran voce la presenza di tantissime delle principali banche italiane tra i principali finanziatori dell'industria bellica.
Questa Europa che non sa misurarsi con una dimensione multipolare del potere globale, forse ancora schiava, almeno culturalmente, delle politiche colonialiste del passato, non riesce ad essere quella forza nel contesto internazionale capace di riportare i conflitti sul piano diplomatico, quell'Europa sociale capace di sostenere persone e diritti che ha portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. L'escalation degli interventi militari anche interni al territorio europeo sono l'esempio di come l'economia eserciti un potere ancora troppo forte sulle scelte in tema di politica estera e interna, impedendo così un progredire armonioso dello sviluppo sociale e economico.
Dai cittadini europei arrivano pressioni contrastanti: da una parte chi si trincera dietro al proprio benessere, come il caso austriaco dell'ultranazionalista Norbert Hofer o la vittoria del referendum per l'uscita dall'UE della Gran Bretagna, per citarne due dei più eclatanti; dall'altra tantissimi movimenti sociali e piccole realtà locali che si occupano di solidarietà, dall'accoglienza ai migranti al sostegno alle fasce più deboli, dall'ecologia alla decrescita felice, capaci di portare innovazione di pensiero e di azione ad una cultura politica e sociale europea in palese declino.
D'altronde non è un caso se in Europa i cittadini votino sempre meno, con un astensionismo record in ogni nazione, dalle ultime elezioni spagnole alle amministrative italiane. Il popolo europeo non crede più nella politica istituzionale, preferisce agire nei propri territori, partendo dal piccolo. Il cambiamento in tal modo è percepibile, diviene concreto. Ma non basta.
C'è bisogno di portare anche all'interno delle istituzioni un'idea nuova d'Europa, quale forza trainante verso la pace e il benessere dell'umanità, partendo dai propri cittadini. È quindi necessario seguire quei percorsi sociali e politici virtuosi, capaci di portare queste nuove istanze all'interno del sistema europeo. Attraverso la cultura, l'educazione e la partecipazione attiva dei cittadini l'Europa può scrollarsi di dosso il ruolo di forza colonizzatrice e, senza ipocrisie, guerra fondaia, per divenire un modello per l'umanità.
E per fare ciò deve cambiare la mentalità politica europea, si deve perdere quell'arroganza dettata dall'illusione di una qualche superiorità culturale nei fatti inesistente. Solo il rispetto delle diversità culturali e sociali, insieme ad una forte determinazione verso l'affermazione e la promozione dei diritti umani e dell'ambiente su scala globale, un'Europa dei popoli solidale e equa insomma, si potrà generare quel "rinascimento europeo" mai, come in questo delicato momento storico, così urgente.