Nel 2014 l’ex ministro Annamaria Cancellieri (di Scelta Civica) denunciò come in Italia ci fossero circa nove milioni di processi pendenti nei tribunali, nove milioni di cittadini, quindi, incastrati nei meandri della lentezza burocratica della giustizia italiana. Ogni giorno i Tribunali italiani sono stracolmi di udienze che, sovente, finiscono con rinvii di mesi, o addirittura anni, anche solo per un piccolo cavillo burocratico o per il sovraccarico di lavoro del giudice, poco importa se si tratta di cause di tipo penale, civile, di lavoro e quant’altro.
La legge Pinto
Gli Italiani che vivono l’esperienza di una causa in Tribunale portata per le lunghe ne escono tramortiti, ma non tutti forse sanno che i ritardi dei giudici sono puniti con il risarcimento per i cittadini costretti a sorbirsi la lungaggine burocratica delle cause. La legge Pinto, legge n 89 del 24/03/2001, riformata con il D.L. n 83 del 2012, ha introdotto in Italia il principio dell’equa riparazione, ossia il diritto per il cittadino di essere risarcito del danno causato dall’eccessiva durata dei processi.
Si tratta di una legge nata per “garantire giustizia alle vittime della giustizia”, di dare cioè un’equa riparazione del danno, patrimoniale o non patrimoniale, a tutti i cittadini che subiscono i tempi eccessivi dei procedimenti.
Danno patrimoniale e non patrimoniale
Per quanto riguarda il danno patrimoniale si può chiedere il risarcimento qualora, chi ne presenta richiesta, possa provare che l’eccessiva durata del processo abbia provocato danni al patrimonio personale come, ad esempio, la perdita di reddito o la mancata possibilità di acquisire nuovi introiti; Per il danno non patrimoniale, invece, il raggio si allarga, in questo caso non c’è da dimostrare nulla perché si tratta di stati d’animo, come ad esempio l’ansia o lo stress, che sono conseguenza della lunghezza del processo stesso.
La legge ha stabilito che la ragionevole durata del processo debba essere di tre anni per il primo grado, due anni per il secondo grado e un anno per la Cassazione, trascorso questo periodo, per ciascun grado del processo, si può richiedere quindi il risarcimento che, mediamente, è di 1000 euro per ogni anno di ritardo. Il ricorso per la richiesta del risarcimento va presentato entro sei mesi dalla sentenza definitiva che chiude il processo.
In Italia ci sono processi che durano anche decenni, non è difficile immaginare, quindi, quanti soldi dovrebbe sborsare lo Stato per colpa di una giustizia troppo lenta e macchinosa, soldi che, ovviamente, pesano sui contribuenti.