Niente da fare, la riforma Fornero resta ancora in piedi, con tutti i suoi duri ed aspri requisiti per accedere alla pensione. La riforma inserita nella nuova Legge di Bilancio non ne attenua per niente gli effetti, se si escludono alcuni soggetti da tutelare più dal punto di vista assistenziale che previdenziale. L’APE non è fruibile dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e la quota 41 è un provvedimento destinato a chi è indigente cronico piuttosto che essere una scorciatoia per chi da 40 anni ha dedicato la vita al lavoro.
Se a questo aggiungiamo che non tutti i lavoratori potranno usufruire del cumulo gratuito dei propri contributi, evidente che lo scetticismo che accompagna le novità, sarà destinato ad aumentare.
L’APE social solo per 25mila lavoratori?
Serve che si verifichi un miracolo, cioè che dopo aver avuto l’ok dalla Commissione Europea, la Legge di Bilancio subisca cambiamenti radicali durante la discussione parlamentare e tramite i vari emendamenti. Il capitolo previdenziale, con le sue tante novità, lascia l’amaro in bocca alla stragrande maggioranza dei lavoratori.
Il tanto decantato APE, anche nella sua versione social, non aiuta quei soggetti che chiedevano un po’ di flessibilità in uscita dal lavoro, o almeno non tutti. L’APE social è destinata a disoccupati privi di qualsiasi tutela da ammortizzatori sociali, quindi disoccupati di lungo corso. L’Anticipo Pensionistico a costo zero è appannaggio anche di lavoratori disabili o con disabili a carico e a lavoratori che dovrebbero percepire una pensione lorda di 1.500 euro, cioè meno di 1.200 euro netti. Per tutti questi soggetti, effettivamente bisognosi da un punto di vista assistenzialistico, saranno necessari almeno 30 anni di contributi, cioè, nonostante ci si trovi in una situazione di disagio sociale, senza quell’ammontare di contributi, l’APE sarà nella versione volontaria, a spese del lavoratore.
Come dire, disagiati di serie A e disagiati di serie B.
Stessa cosa succederà per quelle categorie di lavoratori che beneficeranno dell’APE agevolata rientrando tra quelle attività pesanti e logoranti previste nella bozza di manovra. Infermieri delle sale operatorie, maestre di asilo, edili, camionisti, macchinisti e facchini potranno lasciare il lavoro a partire dai 63 anni e senza obbligo di restituire i soldi dell’anticipo. Per loro e per la loro APE social, necessari la bellezza di 36 anni di contributi, in assenza dei quali, anche per loro l’APE è a loro spese. Taglio dopo taglio, l’APE social, che poi sarebbe l’unica per la quale lo Stato spenderà dei soldi, accollandosi l’onere di risarcire le banche dei soldi anticipati ai pensionati tramite l’APE, dovrebbe mandare in pensione, solo 25mila soggetti.
Precoci e ricongiunzioni non esenti da discriminazioni
Una manovra all’insegna del low cost non poteva che essere così, in qualche modo discriminatoria. Ogni singolo provvedimento, dal momento della sua nascita, fino a quando è entrato nella bozza di manovra, ha subito modifiche che sono riuscite nell’intento di ridurre la platea dei soggetti beneficiari. Quota 41 per i precoci sarà una misura che consentirà a chi ha iniziato a lavorare molto presto, di andare in pensione senza limiti di età, una volta arrivati a 41 anni di contributi. Bisogna essere però, nelle condizioni dei beneficiari dell’Ape social, cioè disagiati cronici, altrimenti niente da fare, nonostante l’essere precoce sia un dato di fatto, si deve attendere il raggiungimento dei 42 anni e 10 mesi stabiliti dalla Fornero.
Inoltre, per essere considerati precoci sono necessari 12 mesi di contributi versati prima dei 19 anni, anche in maniera discontinua. Con 11 mesi niente da fare, bisognerà lavorare all’incirca altri 2 anni. Per le ricongiunzioni o cumulo gratuiti, potranno beneficiare del provvedimento solo soggetti che hanno carriere discontinue, con versamenti in casse diverse, purché interne al circuito INPS. Restano fuori professionisti come gli avvocati, i geometri o alcune Partita IVA.