A volte l’idea per realizzare un film può venire da molto lontano. Quella che ha portato Sergio Rubini a girare "Il grande spirito" risale addirittura alla sua infanzia, quando il padre gli raccontava tante storie sugli Indiani d’America, che lo avevano fatto appassionare alle loro vicende. Così, dopo aver impersonato per tante volte la parte del pellerossa mentre da bambino giocava con gli amici di Grumo Appula, l’attore aveva pensato di interpretare quel ruolo anche da adulto in un lungometraggio.

Un progetto rimasto a lungo nel cassetto, che solo l’incontro con Rocco Papaleo ha reso possibile. “Parlando con lui ho capito che poteva rendere al meglio il personaggio dell’indiano che inizialmente avevo immaginato per me”, ha spiegato Rubini durante il Bif&st – Bari International Film Festival dove la pellicola, che uscirà in sala il 9 maggio, è stata presentata in anteprima.

Un western metropolitano girato a Taranto

Così, subito dopo aver lavorato insieme nei Moschettieri del re di Giovanni Veronesi, i due si sono ritrovati in un’altra avventura, che ha come terza protagonista la città di Taranto.

Rubini, che ha diretto Il grande spirito, ha infatti voluto paragonare la tragedia degli indiani – confinati nelle riserve dagli Yankee, nel momento in cui si è dovuta costruire la ferrovia – a quella che quotidianamente vivono gli abitanti della città pugliese, anche loro sopraffatti dall'arrivo di un mostro di ferro che ne ha condizionato l’esistenza: si tratta della grande acciaieria, che ha portato lavoro, ma che ha arrecato tanti danni all'ambiente e alla salute delle persone. In questo contesto l’autore ha costruito un moderno western metropolitano, ambientato soprattutto sui tetti, che ha unito ai momenti da commedia altri da film d'azione, con in più numerosi spunti di riflessione.

Lo strano incontro sui tetti di Taranto

La storia raccontata è quella di Tonino (Sergio Rubini) un ladro che, dopo una rapina, scappa con tutto il malloppo, sottraendolo anche ai due complici dopo che questi hanno dimostrato poco rispetto nei suoi confronti. Durante la fuga attraverso i tetti della periferia di Taranto, l’uomo si imbatte in Corvo Nero (Rocco Papaleo), un personaggio eccentrico che sostiene di essere un membro della tribù dei Sioux. Il rapinatore si ritrova costretto ad allearsi con questo strano individuo, che si comporta come un pellerossa, per cercare di sfuggire ai malviventi che vogliono fargli pagare lo sgarro. Naturalmente l’incontro tra queste due figure così diverse fa nascere le situazioni più divertenti di un’opera che però vede anche scene d’azione inusuali per il genere: “Ho potuto realizzare tutto ciò grazie all’apporto di Fandango – ha spiegato Rubini – del resto fu proprio il produttore Domenico Procacci a convincermi nel 1989 a realizzare il mio primo lungometraggio da regista, La stazione”.

Rocco Papaleo invece ha sottolineato come il personaggio dell’indiano sia stato qualcosa di completamente nuovo per lui, un ruolo molto lontano dalla sua personalità, ma in cui ha amato “abbandonarsi” con l’aiuto di un regista come Rubini, capace di far rendere al meglio i colleghi attori. Infine Rubini ha voluto ricordare un suo amico e collaboratore, che per primo gli aveva suggerito l’idea di ambientare la storia a Taranto e che è stato colpito da un infarto proprio durante il secondo giorno di lavorazione: tutta la realizzazione di questa pellicola, che vede tra gli interpreti anche Bianca Guaccero, Ivana Lotito e Geno Diana, è stata profondamente influenzata da questa vicenda umana.