Se l'Islam, nella sua declinazione “fondamentalista”, si presenta sempre più come una minaccia diretta al “cuore” dell'Occidente, altrove esistono frange del mondo musulmano che si interrogano sulle difficili sfide poste dalla modernità e cercano delle risposte ispirate a un'idea di “progresso”. Non un compromesso, non una concessione alle “corrotte” idee occidentali, ma un ripensamento del vivere “religiosamente” che sia in armonia con le esigenze di un mondo che, se vogliamo, è nuovo e confuso per tutti. Di fronte a questi scenari, il lontano Sud-est asiatico sembra poterci riservare qualche gradita sorpresa, nonostante le sue ombre.

Avrà inizio il prossimo 3 agosto – fino al 7 – il congresso quinquennale del Muhammadiyah, un'organizzazione che, con i suoi 29 milioni di membri (su una popolazione di circa 250 milioni), rappresenta in Indonesia la voce “progressista” di una religione cui appartiene la quasi assoluta maggioranza della popolazione: 87% di musulmani seguiti dal 7% di protestanti, 3% di cattolici fino a una percentuale molto scarna di aderenti a culti di derivazione indo-buddista e confuciana. La prima organizzazione musulmana, invece, è Nahdlatul Ulama, che rappresenta l'Islam sunnita tradizionalista, nata come reazione alle crescenti adesioni al Muhammadiyah riformatore.

L'Islam "progressista"

Il tema del congresso sarà l'Islam Berkemajuan (”progressista”).

Perché un tale interesse? In primo luogo, perché il Muhammadiyah è nato come movimento di rinnovamento religioso sullo sfondo di una presa di coscienza sociale. Siamo agli inizi del '900, il secolo dei nuovi miti, delle industrie e delle macchine, del futuro e della velocità. Dalle colonie americane – formate in gran parte da gente che dal 1600 fuggiva dalle persecuzioni religiose – alle capitali industriali d'Europa si agitano proteste, il popolo denuncia condizioni lavorative impossibili, i movimenti religiosi di matrice protestante di giovane formazione post-scisma (battisti, quaccheri e comunità evangeliche d'ogni tipo) si adoperano per sostenere le lotte sociali, dando il loro aiuto soprattutto nella presa di coscienza dei propri diritti (umani, diremmo oggi) attraverso l'istruzione.

La cultura salverà il mondo, e la sottomissione è l'epilogo dell'ignoranza. Il terreno, però, era già fertile: grazie al principio sola Scriptura, ogni protestante aveva il dovere (nonché il diritto) di conoscere la Bibbia e il messaggio cristiano attraverso i suoi propri mezzi, senza intermediari che ne veicolassero il significato.

In una parola, dovevano leggere; e non certo in latino, che doveva sembrare ancor più lontano che a noi a qualsiasi abitante di un villaggio a nord delle Alpi che non avesse compiuto studi classici, bensì nella lingua corrente, il tedesco (e poi l'inglese, il francese, l'italiano e così via). Il popolo protestante, anche il più minuto, dunque non era analfabeta, e aveva gli strumenti per partecipare alla protesta sociale.

(continua)