#Enrico Letta avrebbe comunicato in questi giorni su Twitter la notizia ufficiale che riguarda l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Se ne parla da aprile, a detta dello stesso Letta, e a questo punto la credibilità del #Governo delle larghe intese era praticamente sulla lama del rasoio.

In contrapposizione al giubilo di Letta e dei suoi, si ergono veloci le critiche provenienti da più fronti. In prima fila il Movimento 5 Stelle, ma anche la Corte dei Conti del Lazio, che avrebbe definito “incostituzionali le leggi che hanno reintrodotto il finanziamento pubblico ai partiti dal 1997 in poi”.

Beppe Grillo fa presto ad inveire contro l’esultanza del #Pd, avanzando piuttosto la proposta di restituzione dei 45 milioni di euro elargiti sotto forma di rimborsi elettorali.

Pubblicità
Pubblicità

Pare che nel 1993 infatti, un referendum avesse imposto un secco 'no' alla proposta di finanziamento pubblico ai partiti, ma la volontà popolare fu deliberatamente ignorata e i partiti perpetrarono l’attività di ricevimento fondi pubblici non più in veste di “finanziamenti pubblici” ma di “rimborsi elettorali”. Cambia la terminologia dunque, ma non la sostanza.

Il decreto Letta prevede trasparenza nelle operazioni. Si parla di certificazioni esterne nei bilanci dei partiti, certificazioni ritenute obbligatorie.

Le prospettive includerebbero una riduzione del finanziamento pubblico del 25% nell’arco dell’anno 2014. La percentuale dovrebbe salire al 50% nel 2015 e arrivare al 75% nel 2017, periodo in cui l’attuale sistema dovrebbe essere sostituito dalla clausola del 2 per mille, donazione facoltativa del cittadino.

Pubblicità

Grillo continua a dire che si tratta solo di “chiacchiere”. Avrà ragione?