La Procura federale della FIGC ha ufficialmente archiviato l’indagine che vedeva coinvolto l’ex designatore degli arbitri Gianluca Rocchi. La notizia è stata resa nota a Roma il primo ottobre 2026 alle 19:04, ponendo fine a un significativo procedimento sportivo scaturito da un’inchiesta avviata dai pubblici ministeri di Milano. Il fascicolo riguardava le presunte irregolarità emerse nei rapporti all’interno della sala Var di Lissone, un caso che ha generato notevole attenzione e dibattito nel mondo del calcio italiano.

La conclusione del procedimento sportivo

Il percorso della giustizia sportiva si è dunque concluso senza ulteriori sviluppi o contestazioni a carico di Gianluca Rocchi. La vicenda, strettamente collegata all’attività investigativa della Procura della Repubblica di Milano, aveva acceso i riflettori sulle dinamiche e i rapporti interni alla sala Var di Lissone. È emerso che anche l’indagine ordinaria, condotta dalla magistratura, si era a sua volta chiusa con un’archiviazione. Questo esito ha rappresentato un precedente significativo, che la Procura federale ha seguito nel definire il proprio fascicolo, portando alla medesima conclusione.

Un elemento di particolare rilievo nella chiusura del procedimento federale è l’approvazione formale da parte della Procura generale dello Sport presso il Coni.

Questo passaggio istituzionale, di fondamentale importanza, conferisce ulteriore autorevolezza alla decisione, mettendo un punto definitivo al segmento sportivo che ha interessato l’ex designatore arbitrale. L’archiviazione non indica, infatti, ulteriori contestazioni nel perimetro descritto dal fascicolo esaminato, chiudendo così la questione sul piano sportivo.

Il contesto dell'inchiesta penale

In parallelo al caso federale, è opportuno ricordare che la Procura di Monza aveva precedentemente richiesto l’archiviazione della parte d’indagine che coinvolgeva, oltre a Gianluca Rocchi, anche l’ex supervisore Var Andrea Gervasoni e gli ex varisti Luigi Nasca e Rodolfo Di Vuolo. Tutti erano stati indagati per concorso in frode sportiva.

Questo specifico capitolo dell'inchiesta, trasmesso dai pm di Milano per competenza territoriale, si concentrava sulle presunte “bussate” avvenute nella sala Var di Lissone durante alcune partite disputate tra il 2024 e il 2025, episodi che avevano sollevato interrogativi sulla regolarità delle procedure.

La ricostruzione dei magistrati monzesi ha evidenziato come dagli atti non fossero emersi elementi sufficienti per sostenere la natura fraudolenta delle condotte contestate. In particolare, non è stato riscontrato il dolo specifico volto all’alterazione dei risultati delle partite. Le azioni esaminate, in quel contesto giudiziario, sono state interpretate come interventi finalizzati a correggere errori arbitrali, piuttosto che come tentativi di manipolazione.

La Procura ha operato una chiara distinzione tra eventuali violazioni di regolamenti sportivi o organizzativi, che potrebbero avere rilevanza disciplinare, e una frode penalmente rilevante, la quale richiede un “quid pluris” di artificiosità o inganno per configurarsi legalmente.