Sembra avere finalmente avuto fine il calvario giudiziario di una studentessa padovana, che nell'atto di stesura della propria tesi di laurea è stata contagiata dall'Hiv. La ragazza ha eseguito una serie di esperimenti tra l'università italiana dov'era iscritta e quella straniera che l'ha ospitata per qualche tempo, maneggiando nell'arco di tempo considerato delle provette che in teoria dovevano risultare innocue.
E invece poco dopo la clamorosa scoperta: sottopostasi alle analisi di routine per donare il sangue, la giovane studentessa (il cui nome è coperto da anonimato) è venuta a sapere di aver contratto il virus.
Ad intensificare l'alone di mistero attorno alla vicenda il fatto che in teoria, durante gli esperimenti, venivano maneggiati pezzi di virus non replicabili, dunque senza nessun rischio di contagio. La realtà purtroppo si è rivelata ben diversa. Dopo la terribile scoperta ha preso il via un vero e proprio calvario giudiziario per dimostrare di non aver contratto il virus in seguito ad un rapporto ma proprio durante lo svolgimento della propria attività di ricerca.
In questi giorni la verità: i virologi incaricati hanno infatti confermato che la variante contratta non sarebbe quella diffusa tra la popolazione maschile ma corrisponderebbe invece a quella dei modelli costruiti in laboratorio.
Chiesto un risarcimento milionario
L'accaduto risalirebbe a 7 anni fa. Ora la giovane donna ha deciso di raccontare come la sua vita sia stata stravolta. A seguito delle azioni legali mosse, la ragazza ha chiesto un risarcimento milionario per il grave danno subito: "Lo faccio per tutti i giovani come me, che consegnano le loro vite nelle mani di chi dovrebbe tutelarle. Perché nessun altro debba affrontare il mio calvario".
La causa ovviamente è ancora nelle fasi preliminari, ma il legale dell'ex studentessa ha dichiarato di essere convinto di avere in mano le giuste carte per ottenere giustizia: la certificazione che il virus in questione è di natura laboratoristica sembra non lasciare scampo infatti ai due atenei coinvolti nella terribile vicenda.
La prima udienza è già stata fissata e si terrà a breve. Intanto, come detto dallo stesso legale della donna, le indagini continueranno anche perchè nessuno tra docenti, professori e tecnici avrebbe all'epoca dei fatti informato i ragazzi dei possibili rischi derivanti dall'utilizzo delle provette incriminate.