Forse il test di per sé con i suoi metodi di selezionamento, di accesso alla tanto agognata facoltà di medicina e chirurgia è quello che più rappresenta il nostro paese per adesso. Un test che di meritocratico ha veramente poco, un test che pone a forti stress l'aspirante futuro medico che è costretto a giocarsi la vita, perché di vita si tratta e non è esagerato il termine, perché chi non riesce ad accedere cambia in buona parte dei casi percorso di studi.

E allora perché tenere ancora chiuso l'accesso o magari migliorarlo? Perché utilizzare questo test che poco ha di meritocratico, che chiede ad un ragazzo appena uscito dal liceo elementi di studi che avrà acquisito solo negli anni universitari? Vi è nato tutto un giro di soldi con questa storia del test, soldi che le famiglie spendono per far preparare il proprio figlio al test versandoli in società che organizzano corsi di preparazione e che lo studente, appena uscito, deve per forza fare.

Per forza, sì, perché sa che tutti gli altri ragazzi coi quali concorrerà per ambire ad un posto a medicina faranno anch'essi il corso di preparazione.

Forse il problema è di base. Il ministro dell'Istruzione Giannini dice di voler aprire la facoltà permettendo a migliaia di studenti di studiare il primo anno medicina. Migliaia e non centinaia. Crediamo davvero che sia un metodo plausibile? Le università di oggi già stentano nell'organizzazione del corso di studi per poche centinaia di persone, figuriamoci per un migliaio di ragazzi.

Aprire le porte non sarebbe la cosa più giusta da fare, ma migliorare il metodo di selezionamento sì, quello sì.

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