Prima della seconda guerra mondiale, sul pianeta Terra regnava ancora un equilibrio socio-ecologico. Dal 1946 al 2014, ovvero in soli 68 anni, siamo arrivati sull'orlo del baratro. L'industrializzazione selvaggia, prospettando nell'immediato un miglioramento delle condizioni di vita, ha provocato una serie quasi irreparabile di danni collaterali. Prima di precipitare nel nulla, la generazione attuale ha il dovere di riprogrammare il futuro del Mondo, per garantire la sopravvivenza delle nuove generazioni.

Come? Ripartendo da zero, con un grande sacrificio collettivo. I problemi esistono e per risolverli veramente bisogna affrontarli di petto, costi quello che costi. Noi tutti dobbiamo capire che lo Stato assistenziale è finito, che il capitalismo è finito, che le energie fossili e molte materie prime minerali stanno finendo. Quindi, prima di entrare in un Neomedioevo dobbiamo reimpostare la nostra economia, ristrutturando i distretti industriali obsoleti, convertendoli in aziende più collegate al territorio.

Nella seconda parte abbiamo indicato il distretto dell'occhiale di Belluno come un esempio di eccellenza, che ci può aiutare nell'immediato, ma non come il miglior esempio di sviluppo.

L'ideale, infatti, sarebbe quello di realizzare distretti, le cui attività di trasformazione siano collegate alla lavorazione programmata delle produzioni rinnovabili, tipiche del territorio. In sintesi, partendo dal presupposto che le materie prime minerali sono ormai limitate, l'uomo deve programmare una struttura sociale che viva esclusivamente con le materie rinnovabili, quindi provenienti dall'agricoltura, dalla silvicultura e dall'allevamento e con le energie rinnovabili, solare ed eolico.

Deve quindi pensare a uno sviluppo demografico programmato in rapporto alle risorse delle aree abitative, che devono essere sempre meno urbane e sempre più agricole. Fra vent'anni, molto probabilmente, Dubai, la Babele del XXI Secolo, sarà stata inghiottita dal deserto e il grattacielo più alto del mondo, detto Burj Khalifa, spunterà dalle dune come le piramidi d'Egitto. Se lo sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahayan, cui il moderno obelisco è intitolato, invece di autocelebrarsi, avesse impiegato tutte queste risorse per rendere più vivibili quelle terre aride, avrebbe garantito ai propri sudditi un futuro sicuramente migliore e sarebbe passato alla storia come un benefattore e non come l'ennesimo, inutile megalomane.

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