Mi permetto di elargire qualche informazione a chi, anche su Blasting News, sta improvvisamente ergendosi a paladino della Costituzione, dopo avere tanto sperato in una vittoria del Sì al recente referendum. L’Elezione diretta del Premier, in Italia esiste eccome! Non la sancisce la Carta costituzionale, ma è diventata una prassi grazie alla furbizia e all’abilità equilibristica della classe politica italica.

Innanzitutto vorrei sottolineare che per negare l’esistenza del meccanismo di elezione diretta del presidente del Consiglio, è inutile che ci si appelli al dettato costituzionale, e ancora più inutile è il menzionare e aggrapparsi ai messaggi postati su Facebook dai docenti universitari che minacciano di cacciare dal loro corso gli studenti ignoranti, colpevoli di parlare di ‘premier non eletto dal popolo’.

Infatti, sappiamo bene che la classe politica italiana non sempre si attiene alle Legge fondamentale, e anzi, spesso e volentieri se ne fa beffe. In qualunque momento! Ed è proprio questo il caso: la Costituzione è stata scavalcata dalla prassi.

E la prassi non è stata inventata e introdotta con un sotterfugio da chi sta all’opposizione e protesta. In parole povere, comunque: da un lato c’è la norma, dall’altro lato le prassi consolidate.

LA NORMATIVA

Lo spirito dei padri costituenti, quando approvarono gli articoli 92-96 della Carta (in cui si scrive che il capo del Governo viene nominato dal presidente della Repubblica, e via discorrendo…), era quello di scongiurare il pericolo di eventuali rigurgiti di tipo autoritario, come quelli che avevano condotto al colpo di stato fascista. In particolare, avevano sottolineato l’importanza del concetto di 'collegialità'.

Nel delineare il nostro Ordinamento e il sistema della ‘rappresentanza politica’, le norme in questione stabiliscono il riparto delle funzioni nell’ambito dell’Esecutivo, andando a sancire i tre aspetti-chiave dell’attività appunto del Governo, che consistono in questo: collegialità dell’indirizzo, attribuito al Consiglio; potere di contenimento e direzione al presidente; autonomia decisionale e responsabilità individuale dei singoli ministri.

Appare quindi evidente che non vi era alcuna intenzione di concentrare nella persona del premier una piena autonomia e una competenza di totale ‘direzione dell’indirizzo politico’. Non a caso, il cosiddetto ‘primo ministro’, nei confronti degli altri ministri, veniva definito primus inter pares (assumeva cioè uno status di pari grado, rispetto ai colleghi).

I CAMBIAMENTI

Oggi tuttavia non è più così. Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario (con un modello misto britannico-statunitense, via-via imbastardito da modifiche legislative più che caotiche), ha fatto perdere per strada la caratteristica del principio di unitarietà dell’organo esecutivo. Si è affermato un metodo fondato sulla supremazia del premier nei confronti del Gabinetto e dei Ministeri, ed è venuto meno il carattere della direzione plurima dissociata per i singoli ministri.

Ma perché è avvenuto questo? Si tratta semplicemente della conseguenza della nuova legge elettorale: il capo del Governo esercita la forza politica che si suppone o si è convinti che gli derivi dall’investitura popolare. Pertanto, la Costituzione non richiede l’elezione diretta del premier. Però si è instaurata una prassi in base alla quale il presidente della Repubblica affida l’incarico di formare il Governo al leader della forza politica che si è aggiudicata la maggioranza dei voti.

Occorre del resto ricordare che un notevole consolidamento alla suddetta prassi lo ha conferito proprio il Partito Democratico, che in occasione delle ultime tornate elettorali, attraverso le cosiddette ‘primarie’ (ed enfatizzando parecchio l’aspetto democratico di una simile opzione), ha fatto scegliere ai propri elettori-iscritti il candidato premier che preferivano…