Aspettando Godot di Samuel Beckett, capolavoro francese del teatro dell'assurdo novecentesco, è in scena al Teatro Biondo di Palermo fino al 15 Aprile. La vana attesa in una terra desolata e in una dimensione temporale ignota tiene lo spettatore in una costante sensazione di disagio e confusione. Nella sua messa in scena, il regista Maurizio Scaparro centra in pieno l'intuizione beckettiana della profonda drammaticità esistenziale che sotto il velo del gioco, usa toni leggeri e a tratti ironici.

Aspettando Godot è un dramma in due atti, un'analisi dell'uomo contemporaneo, condannato ad una estenuante e assurda attesa.

Ad incarnare questa condizione sono i due personaggi principali, Estragone e Vladimiro interpretati da Antonio Salines e Luciano Virgilio, che per far passare il tempo si cimentano in dialoghi privi di senso. A spezzare la loro solitudine sono il messaggero di Godot, Gabriele Cicirello, l'irruento domatore Edoardo Siravo nei panni di Pozzo e il suo fedele Lucky interpretato da Fabrizio Bordignon. Sul finire del primo atto è il monologo di Bordignon che sorprende, immergendo il pubblico in un totale stato di delirio onirico e assurda frenesia.

L'allestimento di Maurizio Scaparro rispecchia la tradizionale scrittura scenica della pièce beckettiana: spoglia, essenziale, astratta. Il regista avverte la responsabilità, l'emozione, il peso di rappresentare per la prima volta il capolavoro di Beckett, Aspettando Godot.

Si tratta di un testo che, riletto ai giorni nostri, colpisce innanzitutto per il suo essere radicato nella millenaria e sconfinata Cultura Europea che "noi stiamo colpevolmente dimenticando".

Al Teatro Biondo di Palermo va in scena 'Aspettando Godot'

La scenografia, a cura di Francesco Bottai, enfatizza la sensazione di essere intrappolati in un loop esistenziale grazie ad un gioco armonioso di luci, musica e dialoghi, che ci trasporta in una strada senza uscita fatta di insensatezza e follia.

Le luci di Salvo Manganaro sono livide, soffuse e oniriche. Il trascorrere del tempo è rappresentato attraverso semplici elementi scenici: il crescere di alcune foglie sul ramo del simbolico albero spoglio al centro del palco; una malinconica luna, indizio del giorno ormai passato nella vana attesa.

Dal primo al secondo atto non ci sono sviluppi, tutto rimane come all'inizio.

Niente cambia. Sul finire del secondo atto si acuisce solo il pesante e faticoso senso di immobilità ed immutabilità ma continua a non succedere niente. Non si sa chi è Godot e mai si saprà.

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