A Catania, una recente sentenza del Tribunale ha riconosciuto il nesso causale tra la prolungata e doppia esposizione all'amianto e il mesotelioma pleurico che ha condotto al decesso di un uomo catanese all'età di 72 anni. La vittima, la cui morte risale al 16 dicembre 2019, aveva dedicato gran parte della sua vita al servizio dello Stato, prestando opera prima nell'Esercito e successivamente, per quasi quarant'anni, nei Vigili del fuoco. La decisione giudiziaria ha equiparato il defunto a vittima del dovere, stabilendo la condanna in solido dei ministeri della Difesa e dell'Interno al pagamento dei dovuti benefici alla vedova, la quale è stata assistita legalmente dall'avvocato Ezio Bonanni.

Tuttavia, le amministrazioni coinvolte hanno già presentato appello contro tale pronunciamento, aprendo un nuovo capitolo nella vicenda legale.

La sentenza di primo grado, pubblicata il 29 aprile 2026 e registrata con il numero 1935/2026, ha accolto in larga parte il ricorso promosso dalla vedova, che ha proseguito l'azione legale dopo la scomparsa del marito. Nel corso del giudizio, è stato meticolosamente ricostruito l'intero percorso professionale dell'uomo. Questo includeva il periodo di servizio militare nell'Esercito, durante il quale operava come marconista carro, svolgendo mansioni che lo esponevano all'interno di mezzi militari potenzialmente contaminati. Successivamente, la sua lunga attività presso il Comando provinciale dei Vigili del fuoco di Catania lo ha visto impegnato prima nell'Ufficio rimessa e poi in delicate operazioni di riparazione e manutenzione di veicoli e attrezzature tecniche, ambienti anch'essi riconosciuti come ad alto rischio di esposizione all'amianto.

Il riconoscimento del nesso causale e le responsabilità

Il Tribunale ha stabilito con chiarezza che l'amianto respirato dall'uomo durante lo svolgimento delle sue attività di servizio ha avuto un ruolo concausale determinante nell'insorgenza del mesotelioma. Un aspetto fondamentale della decisione è stata la rilevazione dell'assenza di fattori estranei all'attività o all'ambiente lavorativo che potessero, da soli, spiegare l'origine della grave patologia. La complessa ricostruzione del legame indissolubile tra la malattia e la prolungata esposizione all'amianto nei due distinti ambiti di servizio è stata resa possibile grazie all'analisi di un'ampia documentazione acquisita, alle testimonianze dettagliate e, in particolare, a una consulenza tecnica d'ufficio approfondita e imparziale.

Un elemento di forte critica emerso dal provvedimento giudiziario riguarda la mancanza di adeguate misure di prevenzione. Il Tribunale ha infatti evidenziato che le amministrazioni convenute non sono riuscite a dimostrare di aver adottato sistemi di protezione sufficienti ed efficaci contro il rischio amianto. Tra le carenze riscontrate figurano la mancata implementazione di adeguati sistemi di aspirazione e l'assenza di specifici dispositivi di protezione individuale (DPI) per il personale esposto. La decisione ha inoltre richiamato l'importanza cruciale dell'informazione sui rischi specifici legati all'amianto e della corretta sorveglianza sanitaria, aspetti che si sono rivelati carenti e che sono fondamentali in contesti lavorativi caratterizzati dalla presenza di agenti cancerogeni.