La prima Corte d’Assise di Roma pronuncerà il 28 settembre 2026 la sentenza per la morte di Giulio Regeni. A 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo del ricercatore in Egitto, con segni di violenze e torture, il processo vede imputati quattro membri dei servizi segreti del Cairo per i fatti di inizio 2016.

La Procura di Roma, con il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, ha chiesto l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’omicida, e 17 anni e mezzo di carcere per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. I genitori del ricercatore friulano chiedono verità e giustizia.

Le argomentazioni dell’accusa

Il processo è stato definito dall’accusa come una verità processuale, costruita su prove documentali, dichiarative, tecnico-scientifiche, riscontri esterni, convergenze indipendenti e verifiche dibattimentali.

I pm di piazzale Clodio hanno denunciato il comportamento delle autorità egiziane, accusate di “silenzi e menzogne”, “versioni di comodo o ‘veri e propri falsi’” e di aver “coperto prove”. Il giudizio, ha sostenuto l’accusa, va oltre la semplice soppressione di una vita: è l’“esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme” e il “sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”.

Il sequestro e la privazione dei diritti

Il calvario di Giulio Regeni iniziò il 25 gennaio 2016.

In quella data, il ricercatore entrò in una “zona d'ombra” dove il diritto fu soppiantato dalla “nuda forza”. Da quel momento, Giulio divenne un “corpo sequestrato”, un “soggetto da piegare” e un “destinatario di violenza”, privato non solo della libertà e della vita, ma anche della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti.