A Milano, il 16 settembre 2026, è iniziato davanti alla seconda Corte d’Assise d’Appello il sesto processo per l’omicidio di Carol Maltesi, la 26enne uccisa l’11 gennaio 2022 a Rescaldina, nel Milanese. Al centro del nuovo giudizio d’appello vi è l’aggravante della premeditazione, elemento cruciale per la conferma o meno dell’ergastolo.
Davide Fontana, ex bancario di 46 anni e già condannato, ha reso dichiarazioni spontanee in aula, negando di aver pianificato il delitto dell’ex fidanzata. Fontana ha affermato: “Non ho mai potuto organizzare di far del male a lei”, aggiungendo di provare dolore e chiedendo scusa.
L’imputato è già stato ammesso a un percorso di giustizia riparativa.
Il nodo della premeditazione
Il processo a Milano rappresenta il secondo grado ter dell’iter giudiziario. La vicenda ha visto una condanna a 30 anni in primo grado, due ergastoli in appello, e due annullamenti con rinvio dalla Cassazione. La difesa di Fontana, curata dall’avvocato Paloschi, sostiene il dolo d’impeto, contestando la premeditazione.
La Cassazione, accogliendo il ricorso della difesa, aveva annullato a febbraio la precedente decisione sull’aggravante. La Suprema Corte aveva rilevato “evidenti deficit” nelle motivazioni dell’appello bis, in contrasto con le conclusioni del primo grado che avevano escluso la premeditazione.
La Procura generale sostiene il riconoscimento di tale aggravante, ritenendola fondamentale.
L’omicidio e l’occultamento del corpo
Carol Maltesi fu assassinata l’11 gennaio 2022 nella sua abitazione di Rescaldina. Dopo il delitto, Davide Fontana sezionò il corpo della vittima e ne conservò i resti per oltre due mesi in un congelatore. Successivamente, tentò di bruciarli e li abbandonò in sacchi neri in una discarica nel Bresciano, dove furono rinvenuti da un passante il 29 marzo 2022.
Il percorso giudiziario ha visto il primo grado concludersi il 12 giugno 2023, con la condanna di Fontana a 30 anni di reclusione dalla Corte d’assise di Busto Arsizio per omicidio, soppressione e occultamento di cadavere. La complessità del caso, con i suoi molteplici gradi di giudizio e i rinvii della Cassazione, sottolinea l’importanza della questione della premeditazione nel definire la pena finale.