A Milano, il 3 settembre 2026, sono state rese note le motivazioni della Cassazione sulla condanna definitiva a 24 anni di reclusione per Alessia Pifferi, 41 anni, per la morte della figlia Diana nel luglio 2022. La bambina, di meno di un anno e mezzo, fu lasciata sola in casa per quasi sei giorni mentre la madre era con l’allora compagno e morì di stenti. La sentenza del 25 giugno ha chiuso il procedimento confermando la responsabilità penale dell’imputata e la pena stabilita nel giudizio d’appello.

La Cassazione indica che Pifferi, anche dopo la scoperta del corpo della bambina, mantenne comportamenti lucidi nella modifica della scena del crimine e nell’occultamento parziale di tracce del reato.

Nelle motivazioni resta confermata l’imputazione di omicidio volontario e la capacità di intendere e volere della donna, sulla base del quadro già ricostruito nelle indagini della Polizia e del pm Francesco De Tommasi.

La decisione sui ricorsi

La Suprema Corte ha respinto i ricorsi della difesa e della Procura generale milanese. La decisione lascia ferma la condanna a 24 anni e conferma l’impianto del giudizio d’appello, che aveva eliminato l’ergastolo inflitto in primo grado. In Cassazione Pifferi è stata difesa dall’avvocato Cristian Scaramozzino. Nel processo figuravano come parti civili la madre e la sorella dell’imputata, rispettivamente nonna e zia di Diana, assistite dall’avvocato Emanuele De Mitri.

La prima sezione penale della Cassazione, con presidente Monica Boni e relatore Carmine Russo, ha preso atto dell’esito di due perizie già svolte nei processi. Le motivazioni escludono un vizio di mente e indicano che non vi fu un impulso patologico invincibile capace di costringere Pifferi ad abbandonare la bambina. La Corte afferma inoltre che la donna era in grado di risolvere problemi e prendere decisioni, e non attribuisce rilievo decisivo al basso quoziente di intelligenza emerso dal test somministrato in carcere.

Fragilità emotiva e attenuanti

Il punto confermato dalla Cassazione riguarda le attenuanti generiche riconosciute nel processo di secondo grado. Nel bilanciamento della pena i giudici hanno considerato la fragilità emotiva dell’imputata, la crescita in un ambiente non idoneo, una storia aff