La procura di Agrigento ha chiesto tre condanne per Luciano Montemurro e per i fratelli Angelo e Diego Favata, imputati in un processo per presunta truffa. Le accuse riguardano la promessa di posti di lavoro in una base militare inesistente che, secondo quanto prospettato, sarebbe dovuta sorgere a Punta Bianca, ad Agrigento. Per Montemurro, la richiesta di pena è di dieci anni di carcere; per Angelo Favata, di quattro anni e dieci mesi; e per Diego Favata, di quattro anni. L'udienza si è tenuta ad Agrigento, e la notizia è stata diffusa il 1 ottobre 2026.

La contestazione si concentra sul periodo compreso tra febbraio 2020 e agosto 2021. In questo arco temporale, gli imputati avrebbero adescato oltre 150 persone residenti nelle province di Agrigento, Caltanissetta e Palermo, promettendo loro una sistemazione lavorativa. Le assunzioni sarebbero state garantite all'interno di una fantomatica base militare situata a Punta Bianca. Per conferire credibilità alla vicenda, sarebbe stato persino citato il nome del generale Luciano Portolano, indicato come il futuro comandante della struttura. La difesa, dal canto suo, ha sollecitato l'assoluzione per tutti gli imputati.

Le richieste di condanna e le accuse principali

Nel corso del procedimento, Luciano Montemurro, originario di Favara, è stato identificato come una figura centrale.

Durante gli incontri organizzati per presentare le opportunità lavorative, si sarebbe spacciato per "cardinale vescovo di Monreale", sfruttando un'identità di rilievo per ingannare le vittime. La procura ha evidenziato come i tre imputati avrebbero promesso una collocazione lavorativa diretta presso il Ministero della Difesa, specificando mansioni di personale all'interno della base militare di Punta Bianca. I fratelli Angelo e Diego Favata sono stati indicati come residenti a Canicattì e co-protagonisti del raggiro.

Il meccanismo della truffa e le false promesse

Gli elementi emersi dall'inchiesta descrivono un sofisticato meccanismo di truffa, mirato principalmente a persone in difficoltà economiche e a piccoli imprenditori locali, tutti alla ricerca di un'opportunità di impiego o di affari.

La promessa di un posto di lavoro sicuro era subordinata a due condizioni essenziali: il mantenimento del più stretto segreto sull'intera operazione e il versamento di una somma di denaro, pari ad almeno 2.500 euro. Per rendere le loro affermazioni ancora più convincenti, durante le riunioni con le vittime, gli imputati avrebbero mostrato plichi chiusi con timbri in ceralacca e pre-contratti realizzati ad hoc. Questi documenti fittizi riportavano intestazioni e timbri falsi del Gruppo Interforze della Nato, un dettaglio che avrebbe dovuto attestare l'ufficialità e la serietà delle proposte. La base militare a Punta Bianca, ad Agrigento, che veniva presentata come in fase di costruzione e imminente apertura, è stata invece accertata dagli inquirenti come totalmente inesistente. Anche l'utilizzo del nome del generale Luciano Portolano, evocato come futuro comandante, rientrava nella strategia per accrescere la credibilità della truffa.