Un morso, il cioccolato che si spezza, un ripieno verde brillante che compare all’improvviso e il rumore croccante amplificato dal microfono. Bastano pochi secondi perché un alimento passi dalla pasticceria allo smartphone e, in alcuni casi, dallo smartphone ai supermercati di mezzo mondo. Ma perché alcuni cibi diventano fenomeni social mentre altri, magari altrettanto buoni, rimangono quasi invisibili?

A interrogarsi sul fenomeno è stato Charles Spence, professore di Psicologia sperimentale all’Università di Oxford e responsabile del Crossmodal Research Laboratory.

In un’analisi pubblicata nel marzo 2026 su Food Science and Technology, Spence ha utilizzato il caso del Dubai chocolate per spiegare quali caratteristiche possano rendere un alimento particolarmente adatto a diventare virale.

Il caso Dubai chocolate: prima conquista gli occhi

La barretta di cioccolato con crema al pistacchio e pasta kataifi è uno degli esempi più evidenti di cibo trasformato dai social in fenomeno globale. Dopo la diffusione online dei video che mostravano il prodotto, il successo ha generato in pochi mesi imitazioni e varianti: gelati, biscotti, ciambelle, caffè e numerosi altri prodotti ispirati allo stesso abbinamento.

Secondo Spence, una delle chiavi del successo è immediatamente visibile: il contrasto fra il marrone del cioccolato e il verde intenso del pistacchio.

Un alimento capace di distinguersi visivamente ha maggiori possibilità di catturare l’attenzione in un feed nel quale fotografie e video competono continuamente.

Non vale soltanto per il cioccolato. Impiattamenti elaborati, torte dai colori insoliti e composizioni simmetriche sfruttano lo stesso principio: prima ancora di immaginare il sapore, l’occhio deve fermarsi sull’immagine. Una revisione scientifica dedicata alla visual deliciousness ha individuato tra i fattori che incidono sull’attrattiva del cibo forma, simmetria, freschezza apparente, lucentezza, presentazione, illuminazione e colore dell’ambiente.

Anche il “crunch” vuole la sua parte

Nel Dubai chocolate c’è poi qualcosa che una fotografia non può raccontare completamente: la consistenza.

Il cioccolato incontra la croccantezza del ripieno e il contrasto diventa particolarmente evidente nei video.

Spezzare una barretta, tagliare una preparazione croccante, mostrare una crema che cola o un formaggio che fila permette di suggerire attraverso immagini e suoni sensazioni che lo spettatore non può sperimentare fisicamente attraverso lo smartphone. Spence sottolinea proprio l’importanza del contrasto tra consistenze nella capacità di alcuni alimenti di attirare l’attenzione online.

La ricerca sulla percezione alimentare mostra del resto che il gusto non dipende esclusivamente dalle papille gustative: aroma, consistenza, suono, vista, aspettative e contesto partecipano alla costruzione complessiva dell’esperienza del cibo.

Guardare un cibo può farci immaginare di mangiarlo

Davanti alle immagini di cibo le persone possono arrivare a simulare mentalmente l’esperienza del consumo, immaginando in qualche misura cosa significherebbe mangiare ciò che stanno osservando. Gli alimenti particolarmente fotogenici possono così risultare memorabili e invitanti prima ancora di essere assaggiati.

Una ricerca pubblicata nel 2026 sulla rivista Appetite ha approfondito il rapporto tra immagini mentali legate al cibo e appetito, mostrando quanto la capacità di immaginare esperienze multisensoriali alimentari sia legata anche allo stato metabolico della persona. Questo non significa che una fotografia ci faccia automaticamente correre al frigorifero, ma conferma la complessità del rapporto tra ciò che vediamo, immaginiamo e desideriamo mangiare.

Essere i primi ad assaggiare diventa parte del gioco

La viralità non dipende soltanto dalle caratteristiche del prodotto. Spence richiama anche il ruolo della novità e dell’esotismo. Scoprire un alimento poco conosciuto e mostrarlo per primi alla propria rete sociale può attribuire all’utente una sorta di status di esploratore gastronomico.

Nell’analisi viene ricordato, per esempio, il bubble tea: nato a Taiwan negli anni Ottanta e successivamente diventato un fenomeno globale. Il cibo diventa così anche contenuto e identità: non si condivide soltanto ciò che si mangia, ma il fatto di aver scoperto, provato e mostrato qualcosa prima degli altri.

Dal feed agli scaffali del supermercato

Un trend alimentare può diffondersi abbastanza velocemente da spingere aziende e supermercati a sviluppare prodotti ispirati a ciò che sta conquistando i social.

Il caso del Dubai chocolate ne è un esempio evidente e, secondo Spence, dimostra perché questi fenomeni non possano essere liquidati semplicemente come mode passeggere: una domanda che cresce rapidamente può avere ripercussioni sulle aziende e persino sulle filiere delle materie prime.

Nel settembre 2026 Food Science and Technology ha inoltre dedicato spazio al crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’industria alimentare, anche per individuare più velocemente le tendenze emergenti e accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti. Il problema è che i tempi dell’industria non sempre coincidono con quelli rapidissimi dei social: quando un prodotto arriva sugli scaffali, il pubblico potrebbe essere già attratto dal trend successivo.

La ricetta della viralità, quindi, non ha un solo ingrediente. Colore, contrasto, consistenza, suono, sorpresa, novità e possibilità di creare immagini spettacolari possono concorrere a trasformare qualcosa da mangiare in qualcosa che vale la pena filmare.

E nell’epoca di TikTok e Instagram potrebbe essere proprio questa la differenza: un cibo non deve soltanto essere buono. Prima di arrivare al palato, deve riuscire a fermare il pollice che sta scorrendo sullo schermo.