Fino ad ora nessuno si era mai cimentato, ma lasciare che il padre della lingua italiana, Dante Alighieri, si esprima nella lingua partenopea è un esperimento a dir poco affascinante.

Proprio a mmità 'e chesta vita nostra

m'arritruvaje, tremmanno d' 'a paura,

'int'a nu bbosco niro comm'a gnosta



e mme perdette ('a notte era assaje scura) …

A vv' 'o ddicere, è ttanto ca mme costa

ca mpietto zompa 'o core adderettura."

Nel mezzo del cammin di nostra vita, così l'esordio che, nell'idioma di Partenope assume il suono caratteristico della Campania e di quella lingua che, invero, gli studiosi collocano, come diffusa e parlata sebbene con caratteristiche fonetiche peculiari, dal sud del Lazio fino alla Calabria.



L'esperimento sarà possibile ascoltarlo a partire dal 3 febbraio dove nell'ex palazzo Motta, sito a Napoli, in via Toledo, dove Nazario Bruno e Liliana Palermo declameranno in napoletano i canti della Divina Commedia, accompagnati dal suono della chitarra e del flauto traverso. L'iniziativa è stata organizzata e realizzata dall'associazione 50&Più. Una esperienza che non sarà soltanto letteraria ma abbraccerà i confini storico-geografici del capoluogo campano, visto che sarà, infatti, anche l'occasione per ricostruire tutti i passaggi storici che hanno caratterizzato le sorti di Napoli.



La traduzione non è la prima in Italia, ma bissa l'esperienza veneta. Graziano Rezzardone infatti tradusse l'opera in Veneziano. Un tesoro letterario che traeva origine da un volume edito nel 1875, conservato in perfetto stato, che la Società Dantesca aveva riconosciuto come la prima opera al mondo di traduzione della Divina Commedia in quello che impropriamente viene considerato dialetto, visto che sia il veneto che il napoletano sono a tutti gli effetti lingue tutelate dall'Unesco. Quattrocentottanuno pagine con la doppia versione linguistica.

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La Divina Commedia originale a sinistra e quella in veneziano a destra cui l'autore, Giuseppe Cappelli aveva dedicato cura ed attenzione.

Un esperimento che è anche amore per le proprie radici e la propria identità che spinse, non molto tempo fa, i dantisti veronesi a cercare disperatamente un editore che potesse pubblicare nuovamente l'opera. Anche a Bologna l'opera fu declamata secondo l'idioma locale e l'artefice fu il fondatore della gioielleria Veronesi che, in realtà, era un vero e proprio esperto di traduzione dei classici in bolognese, visto che si cimentò con grande successo anche nella traduzione di Tasso, Ariosto, Petrarca e numerosi altri classici della letteratura italiana.

Per la trasposizione della "Comedia", tuttavia, che fu imparata a memoria , impiegò almeno sette anni. 

Ora Napoli, dunque, forte della propria identità e della millenaria cultura che ne caratterizza l'esperienza orale e letteraria, si cimenterà nell'impresa. Del resto, anche la lingua di Dante Alighieri, quando fu pubblicata la Divina Commedia era considerata un "dialetto".
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