Al Foro Boario di Modena è aperta fino all'8 gennaio 2017 la mostra ‘Lying in Between. Hellas 2016’: la rassegna espone una serie di scatti realizzati da sette fotografi italiani (Antonio Biasiucci, Antonio Fortugno, Angelo Iannone, Filippo Luini, Francesco Mammarella, Simone Mizzotti e Francesco Radino) che testimoniano l'emergenza umanitaria dei profughi in Grecia. La mostra è curata da Filippo Maggia, che abbiamo intervistato per saperne di più.

Come sono stati selezionati i fotografi?

La scelta dei fotografi è stata il frutto di una riflessione interna a Fondazione Fotografia, partendo da alcuni punti fermi: la necessità di affiancare autori già affermati a fotografi più giovani, in modo da poter mettere a confronto generazioni, esperienze e stili; l’opportunità di mettere alla prova alcuni giovani artisti ex-studenti del master sull’immagine di Fondazione Fotografia.

Nel corso dell’elaborazione del progetto è apparso interessante affiancare il lavoro dei sette a una documentazione video, che avrebbe costituito un’opera ulteriore da inserire nella mostra. Sono così partito anch’io, insieme ad Andrea Cossu, Daniele Ferrero e Mara Mariani: abbiamo operato in parallelo ai fotografi, incrociando gli itinerari e alimentando reciprocamente il lavoro.

Quali sono gli scatti più significativi?

Alcuni fotografi hanno optato per una narrazione diretta, altri hanno adottato uno stile evocativo, altri si sono orientati verso una rappresentazione concettuale. Antonio Biasiucci ha fotografato in maniera ripetitiva volti, mani, piedi di migranti che emergono dal buio; Francesco Radino si è concentrato su intensi primi piani in bianco-nero. Simone Mizzotti si sofferma sulla precarietà di tende e ripari di fortuna.

I migliori video del giorno

Anche i lavori di Francesco Mammarella e Antonio Fortugno si concentrano sui luoghi: i container, i muri avvolti di filo spinato, caserme abbandonate. Angelo Iannone ha preferito evocare la situazione fotografando crepe nella roccia, vetrate, scorci di natura. Filippo Luini ha messo in scena il viaggio intrapreso da un gruppo di ragazzi afghani chiedendo loro di rievocarne le tappe attraverso gli oggetti che si erano portati appresso.

Come è cambiata la Grecia rispetto all'epoca "pre-sbarchi"?

Quando siamo arrivati a Lesbos nel maggio scorso ci siamo sentiti catapultati in una sorta di limbo dantesco, in cui tutti giacevano in attesa di qualcosa. Ci siamo chiesti “come” documentare questa realtà immobile eppure vibrante. La bellezza dei luoghi e la loro storia stridono con la tragedia dei campi profughi e la tensione regna ovunque: negli hot spot ufficiali e in quelli gestiti dai volontari, nei luoghi di villeggiatura pressoché deserti, nelle taverne e nei negozi dove i turisti si contano sulle dita di una mano.

Abbiamo deciso di provare a registrare il lento scorrere della quotidianità: quella dei migranti, delle forze dell'ordine che provano a regolare il flusso degli arrivi e la vita nei campi, dei volontari, delle organizzazioni e dei greci, quelli che generosamente partecipano, aiutano, benché prostrati dalla crisi economica, e quelli che protestano, si arrabbiano, offesi da un’Europa che sembra averli abbandonati.

Siete appena tornati in Grecia per aggiornare i contenuti della missione: che situazione avete trovato?

Abbiamo trovato uno scenario di ulteriore devastazione. I campi sono come dei veri e propri lager, gli sbarchi continuano e la gente è disperata. Solo nell’isola di Chios arrivano 500 profughi a settimana. A Lesbos circa 80/100 al giorno, come a Samos. I migranti vivono in condizioni drammatiche. Ci sono manifestazioni di protesta anche tra la popolazione locale, perché il turismo è crollato dell’80% rispetto al 2015. Per noi è stato molto difficile muoverci, la tensione è altissima, ma è stato giusto tornare. Abbiamo raccolto tante testimonianze: c’è una grande voglia di far sapere al mondo quello che sta succedendo e in molti ci hanno ringraziato per quello che facciamo.