Lo scrittore Paul Bowles riteneva che il miglior modo di descrivere qualcuno fosse raccontare le circostanze attorno a quel personaggio, quindi entrare nelle reazioni dello stesso a tali circostanze. Un processo narrativo proprio vicino a quello compiuto dal regista Nolan in questo film. Dunkirk, la denominazione inglese di Dunkerque, una spiaggia francese su cui speranza e morte si intrecciano senza tregua. Soldati britannici cercano di tornare a casa su quelle navi militari che hanno il compito di recuperarli e riportarli in patria. La casa-patria “si vede” dalla Francia, è abbastanza vicino, ma il nemico tedesco sembra invincibile e le bombe falcidiano senza tregua le migliaia di soldati in attesa sulla spiaggia dell’imbarco.

I soldati muoiono anche in mare, durante il viaggio, si vedono strappare la speranza da un destino così avverso nell’esatto momento in cui salpano verso la libertà. Nella grande attualità dei naufragi di oggi, tanta incertezza soffocante verso un'esistenza incessantemente minacciata, non può non chiamarci a riflettere.

Questa storia di uomini appesi, nel 1940, alla sola speranza è così drammaticamente speculare alle vicende del mediterraneo di questi anni. Tutti aspettano un miracolo, un segno, una svolta. C’è una umanità indifesa, col nemico alle spalle e il mare di fronte. Nel film di Nolan, alla fine, entra in punta di piedi la speranza. Quella che si cela nel senso del dovere e nell’umanità del singolo: l’ammiraglio inglese che sceglie di restare in Francia ad aiutare gli alleati, perché, in fondo, qualcuno deve e può farlo.

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Questo è il tempo del digitale e dell’altissima definizione ma l’elettronica non è ancora riuscita a rubare alla pellicola la vittoria sulla definizione dell’immagine. Così Nolan sceglie di girare interamente in pellicola, in 65 millimetri, nel formato Imax. La cifra stilistica è la stessa di Inception e di Interstellar, lo si riconosce nell’uso dello spazio-tempo attraverso il montaggio. Diverse vicende, con più personaggi, sono mostrate nello stesso tempo di svolgimento da più punti di vista. Alla fine l’incastro narrativo svela la relatività del tempo e come tutto sia collegato da un ritmo di accadimenti simultanei e consequenziali. Così il pilota inglese che sembra difendere le sole operazioni di imbarco sulla spiaggia dall’alto, si rivelerà il vero risolutore indiretto di numerose situazioni che riguardano quei soldati che, in mare, all’interno di una nave o sul pontile, stanno cercando la via di fuga. Grande alleato del ritmo visivo è la colonna sonora. L’uso che Hans Zimmer e Nolan fanno del suono è quello di anticipare gli eventi, quasi ad enfatizzare quel vuoto, quell’assenza e la straziante ansia che pervadono gli animi dei soldati.

C’è poi una forte riflessione sull’orgoglio e sulla vergogna. I giovani protagonisti si interrogano se ci sia disonore nella fuga, quando in patria il loro mettersi in salvo viene invece celebrato come una vittoria. In Dunkirk c’è il meglio e il peggio dell'umanità, c’è una costante riflessione sugli estremismi e sulle barriere. Ci si chiede se sopravvivere, alla fine, sia abbastanza e se questo sia comunque fondamentale per provare a ricominciare e a progettare il domani.

La vera speranza è che si possa spazzare via l'odio di ieri, ma soprattutto cancellare anche le inquietudini e i tormenti dell'oggi.

Regia e sceneggiatura: Christo - Pher Nolan. Fotografia: Hoyte Van Hoytema. Musica: Hans Zimmer. Interpreti: Tom Hardy, Mark Rylance, Harry Stiles, Cillian Murphy, Kenneth Branagh. GB/Ola/Fra/Usa 2017, colore, 1 h e 47', guerra/storico.