È il punto di riferimento della Onlus "Il Sorriso dei miei bimbi", colei che 22 anni fa ha deciso di cambiare vita, lasciando San Donato Milanese per raggiungere Rio De Janeiro, un luogo che le ha permesso, come ha dichiarato lei stessa, una vita "più libera". Lei è Barbara Olivi, presidentessa e fondatrice della Onlus che dal 2002 lavora in quel di Rocinha, per portare educazione e formazione ai bambini e giovani meno fortunati.

"L'educazione cambia la vita", questo è il mio moto dell'associazione e Barbara Olivi racconta la storia e gli obiettivi della Onlus in un'intervista a Blasting News.

Barbara Olivi e il sogno de 'Il sorriso dei miei bimbi'

Come è nato il progetto della Onlus "Il Sorriso dei miei bimbi”?

È nato dall’innamoramento con i bambini di strada, quando scelsi di cambiar vita: ognuno vedendoli e amandoli può sentirli come propri. Abbandonai Milano per acquisire una vita meno formale e più libera. Rio De Janeiro era una grande metropoli, quindi con tutti gli input umani, culturali e metropolitani, ma offriva anche la libertà di un ambiente naturale. L’associazione è nata, nel cuore, appena arrivata a Rio, sulla carta è nata con l’ausilio di mamma, papà, fratelli e soprattutto con il supporto di "Dar voce", associazione di Reggio Emilia che accompagna le associazioni di volontariato.

Sono loro che ci hanno fatto lo statuto, che ci hanno accompagnato e dato consulenze gratuite: ci hanno proprio preso per mano. Siamo uno dei figli del concetto di cooperativismo e di solidarietà umana, di cui la mia terra è impregnata.

Cosa intende con “l’acquisire una vita meno formale”?

La scelta è stata proprio quella di non ridurre la vita vissuta a Milano con una corsa al soldo, del tipo “lavori, lavori, guadagni, guadagni, spendi, spendi”, con un grande punto interrogativo e una grande perplessità: dove è il senso di tutto questo.

Per me il Brasile rappresentava, innanzitutto, una meta tropicale, quindi anche la facilità di un tempo atmosferico più favorevole, in più una società più informale, quella per la quale hai bisogno o ti senti meno in competizione per l’accaparrarti gli status symbol, che fanno tanto “figo”.

Che cosa si è trovata davanti la prima volta che è stata a Rocinha? Ricorda la sua prima impressione?

Avevo un amico, negli anni ’90, che compiva visite a Rocinha, abitando nel quartiere appena ai piedi della collina (il quartiere di Gávea ndr).

Fu lui che mi portò e mi ricordo che avevo il cuore in gola, ero molto emozionata, ma perché vedevo la Rocinha da dove abitavo e la Rocinha mi affascinava, così come mi hanno sempre affascinato nei miei viaggi gli agglomerati popolari, dove il cuore della vita pulsa e senti il cuore della città, il ritmo che è dato dalla sfida alla vita. Quello che mi affascinava in Rocinha era sapere di tutta questa umanità e grazie a questo amico ho avuto l’opportunità di permearla e poi poco alla volta di farla mia.

A Rocinha ha riscontrato qualche difficoltà durante gli anni di operato della Onlus?

Sì certo, difficoltà ne abbiamo incontrate moltissime.

Bisogna conoscere molto bene l’ambiente per potersi muovere a proprio agio, nel senso che non hai la mentalità del posto. Io non sono brasiliana e non sono mai stata ghettizzata. Non sono mai stata emarginata, ho sempre avuto un approccio al popolo per mia tendenza personale, nel senso che sto bene nei villaggi con la gente semplice. Le difficoltà, comunque, ci sono, anche perché bisogna sapersi creare delle malizie. Perché in ogni caso, per quanto uno possa sentirsi affascinato, hai la consapevolezza di non appartenere a quel luogo e quindi non ne conosci lo storico, le sofferenze, le sfide per sopravvivere: non le hai dovute subire sulla tua pelle.

Per questo non sapevo, da classe media lavoratrice da cui venivo io, cosa volesse dire essere neri, umili, venire indicati e perseguiti. La storia di Rio De Janeiro è ricca di soprusi di un popolo oppresso dall’oligarchia. Quindi, non avendo vissuto tutte queste esperienze, devi costruirti delle difese per farti accettare per quello che magari sei veramente, per quella che può essere la tua semplicità, ma che non puoi dare per scontato come referenza agli altri: devi saperla trasmettere.

Com'è la vita all'interno della favela?

A Rio De Janeiro, attualmente, ci sono 1100 favela, anche se le censite sono poco più di 700.

Non si può fare di tutta un erba un fascio, ogni favela deve essere considerata in base alla traiettoria storico-sociale che le ha rese favelas: poi ognuna deve essere interpretata per sé stessa. Tantissimi sono i fattori che le rendono diverse una dall’altra. Queste diversità sono la grandezza della comunità, il numero degli abitanti e il luogo in cui sono dislocate. Questi sono tutti elementi che cambiano l’atmosfera di ogni favela: cambia l’odore dei cibi, la musica che si ascolta, la ferocia o no dei propri abitanti, perché chi è venuto tanti anni fa dal nord est ha dovuto imparare nella storia a difendersi e a farsi giustizia da solo.

Perché lo Stato e la Polizia non l’ha mai appoggiato, mai difeso: sono tutti elementi che creano lo storico e la fisionomia di un popolo che vive in comunità. A seconda della favela la vita può essere molto diversa. Quello che abbiamo vissuto noi a Rocinha è una grandissima energia. È la favela più grande dell’America Latina, con un’energia pazzesca e positiva, luogo in cui la vita disagiata si corre sul filo del rasoio, ma è una vita ogni giorno diversa, imprevedibile, per noi bella.

Come opera la Onlus all'interno di Rocinha?

Io sono stata agente mobiliare a Milano e come tale mi sono impegnata da subito ad avere sedi di progetto di proprietà.

Come politica di chi ha creato la Onlus, c’è stato l’obiettivo di comprare le sedi e ristrutturarle, mettendoci anche quel pizzico di attenzione e di stile italiano. La nostra è un’associazione italo-brasiliana, dove le due culture interagiscono insieme, verso uno scopo comune. Dal 2002 in poi siamo riusciti a comprare sette strutture, quindi molto del nostro tempo e impegno è andato nella ristrutturazione degli immobili. Poi c’è stata una separazione dell’associazione, perché eravamo diventati troppo grandi e la gestione iniziava a essere difficile, e al momento siamo rimasti con quattro sedi.

La nostra forma mentale è mantenere gli immobili, non andare in affitto. In più, proprio perché abbiamo già gli immobili, una delle azioni che compiamo è quella di prestarli a chi ne ha bisogno.

Quali traguardi siete riusciti a raggiungere fino a oggi?

Il nostro scopo è sempre stato: educazione e cultura. Nel percorso compiuto abbiamo anche fatto delle eccezioni, come dei progetti di assistenza e di emergenza di salute. Abbiamo creato partnership con altri obiettivi, per esempio, nel 2005 nel nostro asilo abbiamo ospitato per due anni una sala che comprendeva terapia psicologica e pediatria. Gli scopi perseguiti sono quelli di fare in modo che bambini e giovani delle favela possano avere nel loro futuro la possibilità di scegliere, quindi che abbiamo la capacità di discernere la realtà e di fare una scelta secondo consapevolezza e non seguire quello che fanno tutti gli altri o emulare i genitori coinvolti in macro criminalità o narco traffico, che è il destino più facile e più affascinante, dietro il quale la maggioranza dei giovani uomini vanno.

Ha fondato la Onlus insieme a suo marito Julio, una colonna portante del vostro progetto.

Onestamente credo che senza di lui non avremo fatto tutto quello che abbiamo fatto. È subentrato come unico elemento maschile locale. Oltre alla presenza, al conforto, all’intelligenza, conosce cinque lingue ed è diventato guida al turismo e con questo contribuisce al "Turismo Responsabile", la maggior fonte di rendita della nostra associazione. Il suo intervento è stato fondamentale nella storia dell’associazione, ma soprattutto ci ha dato, lungo tutti questi anni, il punto di vista del popolo. I brasiliani sono abbastanza chiusi, non ti spiegano quello che hanno nel cuore, quindi molte volte fai degli errori, perché non sai interpretare.

Non sai capire cosa portano dentro, difficilmente esprimono i sentimenti e questa difficoltà di espressione si può tramutare molto facilmente col tempo in rancore e, quindi, creare un dissidio interno enorme. Per crescere come associazione l’importante è capire e avere delle capacità introspettive. Julio ci ha sempre raccontato e spiegato il punto di vista di chi come lui è stato povero, emarginato, allontanato dalla famiglia, una persona che ha sofferto, che ha vissuto sulla propria pelle l’estremo razzismo che vige soprattutto nello stato di Rio De Janeiro. È un’espressione di vita ed esperienza che io personalmente non avrei mai raggiunto senza di lui.

Siamo più forti, perché lui ha avuto la capacità di esprimersi e di insegnarci. Continua a farlo, perché le sfaccettature della vita quotidiana, nel contesto di una comunità, sono svariate.

Come è stato il vostro incontro?

Magico, perché ci siamo meritati a vicenda. Insieme abbiamo moltiplicato le energie e le forze. Non so se senza di lui mi sarei fermata a Rio così a lungo. Io non vedo altra prospettiva di vita se non quella di rimanere qui: senza di lui, credo, non sarebbe stato possibile.

Quali sono gli obiettivi de "Il sorriso dei miei bimbi" a breve e a lungo termine?

Il nostro desiderio è quello di mantenere i progetti attivi. Ne abbiamo tanti, abbiamo un budget annuale non indifferente, considerando che nella Onlus siamo in 23 a lavorarci. Le persone che lavorano con noi sono o liberi professionisti o contrattati. Abbiamo la responsabilità sulle spalle di correre sempre dietro all’obiettivo economico per poter mantenere quello che abbiamo. Abbiamo creato delle aspettative ed è nostro senso di responsabilità mantenerle. Poi è ovvio, lo scopo più etico e più spirituale è quello di offrire ai bambini momenti di vera infanzia e ai giovani possibilità di scelta. Tutto questo viene dato e insegnato con rispetto, con amore. Per i nostri bambini e giovani noi non desideriamo cose qualsiasi, desideriamo il meglio. Abbiamo delle partnership meravigliose ed è questo che ti fa capire che l’umanità è bella, che nonostante tutto quello che si legge di negativo sui social o ascoltando il telegiornale, in Italia come in Brasile, comunque c’è ancora un’umanità incredibile, che ha voglia di darsi e di donare. Il mio desiderio è che tutte le famiglie che sono passate da noi godano di ottima salute e che tutti i nostri bimbi diventino adulti sani, cittadini consapevoli, felici, realizzati e che soprattutto riescano a uscire dal meccanismo crudele di oligarchia e possano essere liberi pensatori. Abbiamo molti ragazzi che stanno andando all’università e speriamo che questo obiettivo grandioso possa trasformare le maldicenze sulla favela. La favela è arte, cultura, creatività, lavoro e sacrificio. Il nostro obiettivo è rimanere accanto a loro.

I nostri lettori come possono collaborare per far crescere e realizzare i vostri progetti?

Chi viene a Rio De Janeiro, venga a fare un tour con noi. Questo ci da guadagno, un margine di donazione per l’associazione e può creare nuovi contatti con nuovi sostenitori. Possiamo farvi innamorare, farvi diventare nostri nuovi compagni. Chi viene può portarci donazioni materiali, che verranno adeguatamente usate con le nostre famiglie. Abbiamo un sito www.ilsorrisodeimieibimbi.org, un conto corrente per l’Italia e un Paypal per l’estero. Abbiamo bisogno di un sostegno economico, ma anche delle vostra accettazione, della vostra simpatia e della vostra amicizia. Abbiamo bisogno che diventiate divulgatori della nostra realtà, che non è solo crimine ed emarginazione, ma è dignità della vita. La vita qua è difficile, ma non per questo deve essere un ambito non desiderato. La vita è un diritto e gli abitanti di Rocinha gridano alto, urlano il proprio diritto alla vita.

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