Il 5 settembre 2026, in occasione della Mostra del Cinema di Venezia, il rinomato regista israeliano Amos Gitai ha presentato fuori concorso il suo nuovo lavoro, The Road to Jericho. Questa opera cinematografica, che si muove con fluidità tra gli stilemi del documentario e della fiction, esplora la complessa e delicata situazione in Israele e nei territori palestinesi. Gitai ha descritto il film come un profondo lamento per il Paese che ama, pur non condividendone le attuali politiche. Durante il suo intervento, il regista ha sottolineato la gravità del contesto attuale, ribadendo con forza la necessità di un confronto costante: “Credo nel dialogo, non nei boicottaggi”.

The Road to Jericho: il caso di Khan El Ahmar

Uno dei fulcri narrativi di The Road to Jericho è la drammatica vicenda del villaggio beduino di Khan El Ahmar, una comunità da tempo sotto la minaccia di sgombero. Gitai dedica particolare attenzione alla scuola del villaggio, una struttura unica costruita con materiali semplici come terra e pneumatici, frequentata quotidianamente da circa 300 tra bambini e adolescenti. Il film eleva questo luogo a simbolo, utilizzandolo come un punto di osservazione privilegiato su una realtà concreta e sulla resilienza di una comunità che da anni vive con il rischio imminente della demolizione della propria istituzione educativa. L’approccio del regista, che fonde sapientemente elementi documentari e sequenze di fiction, conferisce a The Road to Jericho una struttura narrativa potente, capace di intrecciare la testimonianza diretta, la memoria storica e una profonda rappresentazione cinematografica.

Nel suo discorso, Gitai ha espresso una ferma critica all’escalation dell’uso della forza, collegando questa tendenza alla complessa e travagliata storia israelo-palestinese. Ha richiamato la figura di Yitzhak Rabin, sottolineando come il rispetto reciproco tra le parti sia la condizione indispensabile per la costruzione di qualsiasi accordo duraturo. Il ricordo di Rabin e degli storici accordi di Oslo si inserisce organicamente nel tessuto narrativo del film, che esplora la memoria politica e civile come componente essenziale della narrazione. L’opera, lungi dall’essere un mero pamphlet politico, si configura come un’indagine profonda che pone al centro temi universali quali la memoria, la violenza, l’occupazione e la persistenza della speranza, anche di fronte all’orrore più acuto.

L'appello al dialogo e l'unione delle bandiere

Durante il dibattito pubblico tenutosi a Venezia, Gitai ha categoricamente respinto la logica del boicottaggio, affermando che l’unica alternativa praticabile al dialogo è la guerra. Questa posizione è intrinsecamente legata sia al messaggio del suo film sia alla situazione emblematica della scuola di Khan El Ahmar, che il regista considera un vero e proprio banco di prova per l’intera comunità internazionale. Interrogato sulla possibile presenza della bandiera palestinese alla Mostra del Cinema, Gitai ha espresso un auspicio chiaro e significativo: quello di vedere tutte le bandiere unite, in un gesto di pace e riconoscimento reciproco.