Alla vigilia della sfida di Champions League tra Inter e Shakhtar Donetsk, Cristian Chivu ha parlato a Milano il 20 ottobre 2026, delineando una posizione chiara. Il tecnico nerazzurro ha scelto di proteggere il gruppo, assumendosi la piena responsabilità dei risultati e cercando di ridimensionare la pressione che spesso accompagna ogni passo falso della squadra in ambito internazionale. Al centro del suo intervento, il rapporto con i calciatori, che Chivu ha descritto come profondamente familiare, sottolineando come richiami, sorrisi e momenti di tensione non intacchino la sua fiducia nella rosa.
Il legame con i giocatori e la responsabilità del tecnico
Chivu ha approfondito il legame quotidiano che lo unisce ai suoi giocatori, paragonandolo al rapporto con i figli nella gestione del dialogo, dei rimproveri e del sostegno. Questo messaggio non mira a giustificare errori o prestazioni non convincenti, ma a ribadire che la guida tecnica non intende scaricare il peso delle difficoltà sui singoli. L'allenatore ha chiarito che, quando i risultati non arrivano, è lui il primo punto di riferimento e, per questo, si è dichiarato l'unico “colpevole” delle sconfitte. Una scelta di parole strategica, volta a compattare l’ambiente in un momento cruciale della stagione europea che richiede massima attenzione, continuità e una risposta decisa sul campo.
Il tecnico non ha celato i limiti della sua squadra. Ha ricordato che l’Inter non è perfetta, né a livello collettivo né sul piano individuale, e che anche una formazione di alto profilo può incontrare problemi capaci di influenzare l'andamento di una partita. Chivu ha però enfatizzato un criterio fondamentale: l’importante è che il gruppo si impegni al massimo per raggiungere il risultato. La sua posizione coniuga così una sincera autocritica con una ferma difesa dello spogliatoio, evitando di trasformare l’analisi in un pubblico processo.
Niente "dramma nazionale" per le sconfitte
Un altro aspetto toccato da Chivu riguarda la percezione esterna delle battute d'arresto dell'Inter. Il tecnico ha fermamente respinto l’idea che ogni sconfitta debba trasformarsi in un “dramma nazionale”.
Ha inoltre contestato la convinzione che i nerazzurri abbiano sempre l’obbligo di vincere, mentre gli avversari possano affrontare le stesse gare con una pressione minore. In questo contesto, il concetto di perfezione assume un ruolo centrale: la squadra non desidera essere dipinta come un modello privo di difetti, né tantomeno essere giudicata come se ogni errore fosse inaccettabile.