Un'adesione massiccia ha caratterizzato lo sciopero al Teatro alla Scala di Milano, indetto dalle sigle sindacali Cgil, Cisl, Uil e Fials. La mobilitazione, avvenuta il 20 ottobre 2026, ha visto i lavoratori organizzare un presidio sin dalle prime ore del mattino accanto all'ingresso del prestigioso teatro. L'iniziativa ha incluso momenti di danza e toccanti esecuzioni musicali da parte di musicisti e coristi, che hanno intonato brani simbolici come il celebre “Va’, pensiero”, “Bella, ciao”, “Libertango” e “Fischia il vento”. Questa forte protesta ha messo a serio rischio la rappresentazione serale del Faust, l'attesa prima dell'opera di Charles Gounod, con il teatro in attesa dell'ultimo turno per decidere sull'eventuale cancellazione.

Al centro della vertenza vi è il rinnovo contrattuale e la pressante necessità di recuperare il potere d'acquisto dei salari, fortemente eroso dall'inflazione. Le organizzazioni sindacali richiedono un aumento del 15% della retribuzione annua lorda, a cui si aggiungerebbero ulteriori adeguamenti graduali legati alle previsioni inflazionistiche per gli anni successivi. Questa richiesta, secondo le stime interne del teatro, comporterebbe un onere finanziario significativo, pari a 37 milioni di euro nell'arco di tre anni, cifra considerata eccessivamente onerosa per le casse dell'istituzione. La mobilitazione, pertanto, non si limita a incidere sulla singola serata del Faust, ma apre un confronto più ampio e complesso sui costi del lavoro, sulla disponibilità delle risorse e sulla sostenibilità della programmazione artistica.

Il rischio di cancellazione si estende anche ad altri importanti appuntamenti già fissati in calendario. Tra questi, la Messa da Requiem diretta dal maestro Riccardo Chailly, prevista per il 28 ottobre 2026, e il balletto Balanchine, Bausch Stravinskij, in programma il 7 novembre 2026. Lo sciopero interviene dunque in un momento particolarmente delicato della stagione scaligera, coinvolgendo l'intera struttura del teatro: orchestra, coro, corpo di ballo, tecnici, maestranze e personale amministrativo, tutti uniti nella richiesta di migliori condizioni contrattuali.

Il nodo del rinnovo contrattuale e l'inflazione

La decisione di procedere con la mobilitazione era stata presa il 12 ottobre 2026, in seguito a un'assemblea che ha visto la partecipazione di oltre 450 lavoratori.

La votazione ha registrato un consenso quasi unanime, con un solo voto contrario e quattro astensioni, a testimonianza della forte coesione interna. Al centro della piattaforma sindacale vi è, come detto, l'aumento del 15% a partire dal 1° gennaio 2027, affiancato da un meccanismo di adeguamento futuro strettamente collegato all'inflazione rilevata dall'Istat. I rappresentanti dei lavoratori hanno sottolineato come il contratto precedente fosse stato rinviato durante il periodo della pandemia, e il successivo rinnovo avesse previsto un recupero salariale limitato al 5%, giudicato insufficiente a compensare la perdita di potere d'acquisto accumulata nel tempo.