Un tema di estrema importanza e attualità riguarda la disoccupazione giovanile, la quale colpisce a spada tratta i giovani di oggi in maniera esorbitante.

I dati sulla disoccupazione giovanile in UE

In Italia il tasso di disoccupazione resta dell’11,3% a luglio, confermando il nostro paese come il terzo con più carenza di impiego dopo Grecia (21,2%) e Spagna (17,1%). Un tasso più basso si registra invece nella Repubblica Ceca e Germania. Dati, questi, verificabili sul sito internet di Eurostat.

A luglio 2017 la stima degli occupati è cresciuta dello 0,3% rispetto a giugno.

L’aumento dell’occupazione si è verificato principalmente tra gli uomini coinvolgendo tutte le classi di età a eccezione di coloro che rientrano nella fascia dei 35-49 anni. Il numero di lavoratori indipendenti e dipendenti è dunque aumentato.

La stima delle persone in cerca di occupazione a luglio è cresciuta del 2,1% e anche questa volta ha coinvolto principalmente gli uomini. L’aumento del tasso di disoccupazione, invece, ha toccato maggiormente la componente femminile, interessando tutte le classi di età, ed è rimasto considerevole nei giovani (35,5%).

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a luglio è calata e questa diminuzione si è verificata soprattutto tra gli uomini e meno tra le donne.

Ma vediamo nel dettaglio coloro che rientrano nel subset degli inattivi:

  • gli individui che non cercano attivamente un lavoro, ma sono disponibili a lavorare;
  • le persone che cercano lavoro ma non sono subito disponibili.

Tasso di disoccupazione giovanile in Italia: da cosa dipende?

Di certo le cause ed i problemi legati alla disoccupazione giovanile non sono recenti. In Italia il sistema occupazionale si concentra maggiormente sugli stage che il più delle volte non sono nemmeno retribuiti e non consentono ai giovani di acquisire le competenze auspicate.

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Ma vi sono anche ulteriori forme di rapporti di lavoro che dal XXI secolo si sono moltiplicate recando una “troppa flessibilità”. Anche il praticantato, per esempio, non reca alcun vantaggio. Spesso e volentieri non vi sono prospettive di inserimento e il periodo di prova è a carico della famiglia del lavoratore. Il risultato? Le imprese si sentono autorizzate ad attuare forme contrattuali discontinue e poco retribuite a discapito di coloro che lavorano e hanno voglia di mettersi in gioco. Il lavoro precario infatti non aiuta di certo ad acquisire le giuste competenze poiché i giovani sperimentano di continuo posizioni lavorative diverse.

Inoltre, è impossibile non considerare la clamorosa tassazione sul lavoro e le stesse pensioni di anzianità che non alleviano o risolvono il problema. La riforma Fornero ha allontanato per molti le pensioni, tenendo così i più anziani a lavoro.

Tutto ciò ha comportato e continua a causare un ricorrente esodo verso lidi migliori. Chi resta nel proprio Paese per problemi economici, invece, si dedica per lo più a lavoretti in nero o, nel peggiore dei casi, non trova nemmeno un lavoro che gli consenta il giusto sostentamento.

La situazione non è sicuramente delle più facili e porta sempre più scompensi a livello sociale e psicologico. Nonostante vi siano politiche attive come "Garanzia Giovani" e "Dote Unica Lavoro", questi provvedimenti pare non abbiano orientato il mercato del lavoro verso una maggior efficienza. Perché dunque non effettuare una riforma seria avente come fine l'assunzione del personale con contratti a lungo periodo e in regola?

Un Paese non può essere considerato tale se non sfrutta tutto il suo potenziale nelle risorse a sua disposizione.

E i giovani stessi sono il futuro di ogni Paese, basta semplicemente investire di più su di loro.

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