Il rischio maggiore che incombe oggi sul movimento dei docenti è rappresentato dal suo possibile isolamento sociale. E’ infatti di tutta evidenza come sia un’eventuale prova referendaria sia le specifiche lotte siano destinate all’insuccesso se non si mostrano in grado di conquistare il necessario consenso e l’alleanza di altri segmenti di società. Consenso che deve fondarsi anche sulla consapevolezza di dover contrastare un comune avversario. In altra occasione, azzardando categorie considerate vetero e inattuali, ho individuato il comune avversario nei ceti economici-finanziari dominanti che, ormai da decenni, hanno iniziato e stanno conducendo una loro lotta di classe.

Appare infatti difficile negare che quei poteri costituiscano una classe sociale, sostanzialmente omogenea per senso di sé e interessi generali, almeno rispetto allo scopo principale di far via via regredire le attuali condizioni di vita dei ceti popolari. Quei ceti dominanti (quel 10% di popolazione mondiale che detiene il 90% della ricchezza globale) costituiscono, in effetti, una classe sociale che condivide il superiore interesse, di classe, a ottenere ricchezza e potere a danno dei popoli e dei lavoratori. Da quando le mutate condizioni storiche ed economiche lo hanno richiesto e reso possibile, la classe dominante conduce infatti una propria spietata guerra alle società puntando a recuperare quanto aveva dovuto cedere alle masse popolari nel secolo scorso, se non di più.

Di contro, le modifiche intervenute nei processi produttivi hanno prodotto la scomposizione delle società occidentali in una miriade d’interessi, spesso individualistici e fra loro antagonisti, facendo mancare le condizioni oggettive che, in passato, avevano dato vita a una coscienza collettiva e unificante.

Queste trasformazioni hanno impedito e impediscono al corpo sociale sia di percepirsi come classe contrapposta ai ceti dominanti sia di comprendere appieno l’aggressione subita.

La guerra dei potenti contro i popoli è perciò una guerra asimmetrica e sbilanciata, e non solo per l’enorme sproporzione di forze. È una guerra impari anche perché solo l’aggressore ne è consapevole e, soprattutto, perché buona parte della società ha nel tempo introiettato l’egemonia culturale, i valori e i paradigmi delle élites al potere, assumendoli come assoluti e immodificabili, persino comodi sino a che anch’essa ha goduto di un relativo benessere consumistico e di una qualche opportunità di mobilità sociale.

La possibilità, più astratta che concreta, di progredire socialmente, l’idea dell’arricchimento o dell’agiatezza individuale, l’ipotetica partecipazione al banchetto dei potenti (o almeno alle sue briciole), combinate con l’assenza di visioni alternative, rappresentano ancor oggi l’architrave ideologico su cui si è rafforzata la sostenibilità sociale del sistema di potere. La violenza dell’attuale attacco non solo ai diritti, individuali e sociali, ma alle stesse condizioni materiali dell’esistenza, per il generale regresso che comporta in larghi settori di popolo, sta tuttavia ricreando le condizioni oggettive per la costruzione di una classe popolo in grado di opporsi alle attuali classi dominanti.

La ricostruzione di una resistenza di classe, unificata dall’abbandono della logica del Mercato e del Profitto, non è però un automatismo e non è pertanto un compito agevole. È però indispensabile provarci con ogni mezzo e capacità se si vuole sperare in un altro mondo (e in un’altra Scuola) possibile.

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