Il maiale era morto da quattro ore e gli scienziati hanno riattivato il suo cervello e ripristinato circolazione sanguigna e funzioni molecolari e cellulari. L'eccezionale scoperta è stata condotta dagli studiosi della Yale University e pubblicata sulla rivista scientifica Nature. All'interno del team che ha condotto l'esperimento ha partecipato anche una scienziata italiana, la dottoressa Francesca Talpo dell'Università di Pavia. La riuscita di questo esperimento sarà di notevole aiuto per il campo delle neuroscienze.

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L'esperimento sulla riattivazione del cervello condotto su un maiale deceduto

Un team di scienziati è riuscito a riattivare il cervello di un maiale morto da 4 ore. La scoperta è stata fatta da una squadra di studiosi della Yale University (Usa) sul cervello di un maiale morto. Inizialmente il cervello è stato isolato con una soluzione chimica adatta per poter osservare le varie funzioni cerebrali dopo il decesso: queste infatti sono ritenute interrotte nel momento in cui il cuore non è più in grado di pompare l'ossigeno al cervello, ma ora invece si è scoperto che le funzioni "residue" hanno una durata maggiore.

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Il cervello ancora intatto, dunque ancora in grado di portare avanti alcuni processi neurologici, è stato così in grado di riprendere le funzioni cellulari e la normale circolazione sanguigna necessaria per alimentarlo, nonostante fossero passate 4 ore dall'arresto cardiaco del maiale. A riferirlo è il coordinatore dello studio, il dottor Nenad Sestan.

Nel team anche una scienziata italiana

La riuscita dell'esperimento e la sua descrizione sono state pubblicate dalla nota rivista scientifica Nature.

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All'interno della squadra che ha condotto questo straordinario esperimento c'è anche una italiana, la dottoressa Francesca Talpo dell'Università di Pavia, la quale però ha puntualmente precisato che la strada che permetterà questo tipo di reazione nel cervello umano è ancora molto lunga. “Ciò che si è appena osservato nei maiali non è ancora sperimentabile sul cervello umano” ha detto, ma nonostante le sue parole si sono aperti nuovi spiragli di speranza.

Questa scoperta, che inevitabilmente ricorda il celeberrimo mostro creato dal dottor Frankenstein nel libro omonimo della famosa scrittrice inglese Mary Shelley, ha reso tangibile realtà qualcosa che prima si riteneva impossibile. Ma non solo: ha anche aperto le porte a nuove conoscenze e prospettive sul campo medico e neurologico.

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