Le famiglie dei bambini cardiopatici seguiti all’ospedale Monaldi di Napoli hanno lanciato un appello pubblico, chiedendo che gli interventi cardiochirurgici più complessi tornino a essere eseguiti nel capoluogo campano. L'appello, diffuso il 30 settembre 2026, esprime profondo disagio e smarrimento per una situazione che perdura da mesi, scaturita dal tragico caso del piccolo Domenico Caliendo, deceduto dopo un trapianto di cuore non riuscito.

La vicenda di Domenico Caliendo ha innescato un'inchiesta della Procura di Napoli, coinvolgendo diversi medici.

La conseguente sospensione delle attività operatorie ha inciso sul percorso di cura dei bambini cardiopatici, costringendo molte famiglie a trasferimenti fuori dalla Campania per interventi delicati. I genitori descrivono questa realtà come "drammatica", indicando Roma, Genova, Torino, Bologna e Milano tra le destinazioni per procedure non più eseguite al Monaldi.

Richieste per la continuità delle cure a Napoli

L'appello è rivolto alla Direzione dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, alla Regione Campania e alle istituzioni competenti, per garanzie sulla possibilità di curare i figli nella regione. Si chiede continuità assistenziale, cruciale per i bambini con cardiopatie già seguiti e spesso operati in passato dal dottore Guido Oppido al centro napoletano.

I genitori evidenziano la perdita di un riferimento medico vicino a casa per controlli e interventi successivi, e il disagio del cambio di professionisti in altre regioni. Si solleva anche il tema degli investimenti e dei fondi per il potenziamento del Monaldi, contrapposto all'attuale necessità di emigrazione sanitaria per le cure dei figli.

La richiesta fondamentale è la ripresa degli interventi complessi a Napoli, garantendo sicurezza e continuità di cura per i bambini già operati, con chiare prospettive per il futuro del centro. Le famiglie sottolineano il gravoso peso economico, psicologico e lavorativo dei trasferimenti fuori regione: viaggi, spese, giorni di lavoro persi e riorganizzazione familiare si aggiungono alla già precaria fragilità clinica dei piccoli pazienti.