Il sindacato lancia l’allarme su circa 70mila accessi annui e oltre 850 posti di lavoro. Al centro della vertenza c’è il finanziamento dell’emergenza e un contenzioso da 39 milioni sulle prestazioni oltre budget.

Dal 1° gennaio 2027 il litorale domizio potrebbe restare senza uno dei suoi principali punti di riferimento per le emergenze. Il Pronto soccorso del Pineta Grande Hospital di Castel Volturno, nel Casertano, rischia di chiudere; per evitarlo, la FP CGIL Campania chiede alla Regione di convocare con urgenza un tavolo con la proprietà e le parti sociali.

In gioco ci sono due questioni: la continuità dell’assistenza sanitaria sul territorio e il futuro dei lavoratori. Nel comunicato diffuso il 14 ottobre, il sindacato parla di oltre 850 dipendenti e di circa 70mila accessi l’anno al servizio di emergenza.

La chiusura non è ancora avvenuta, ma la data di gennaio pesa come una scadenza. Secondo la FP CGIL, perdere questo presidio avrebbe ricadute sull’intera rete sanitaria della zona dato che i pazienti verrebbero dirottati verso altri ospedali e sarebbero i cittadini a pagare il prezzo di uno scontro economico tra una struttura privata accreditata e le istituzioni pubbliche.

Un servizio, cifre diverse

Il Pineta Grande è una clinica privata accreditata che svolge anche un ruolo nella gestione delle urgenze.

Il suo Pronto soccorso territoriale è attivo 24 ore su 24 ed è inserito nel circuito regionale 118-SIRES, vi si accede con mezzi propri o in ambulanza.

Sui numeri, però, le fonti non coincidono: la Cgil parla di circa 70mila accessi annui. Il sito dell’ospedale ne indica invece circa 50mila. La stessa cifra era stata riportata dalla Tgr Campania il 5 giugno, che la distingueva dai 75mila accessi complessivi alla clinica. In assenza di dati aggiornati e omogenei, non è possibile capire se la differenza dipenda dal periodo considerato o dai criteri di calcolo. Resta comunque il fatto che rischia di chiudere un servizio che ogni anno risponde a decine di migliaia di richieste di aiuto. Per misurare davvero l’impatto servirebbero però altri dati, come la gravità dei casi, il numero di ricoveri successivi e la provenienza dei pazienti.

Pineta Grande, una crisi che viene da lontano

L’allarme d’autunno è solo l’ultimo capitolo di una vertenza aperta da mesi al pronto soccorso Pineta Grande, visto che già il 5 giugno la Tgr Campania aveva raccontato un sit-in davanti alla sede dell’Asl di Caserta. In piazza c’erano medici, infermieri e rappresentanti del territorio che chiedevano chiarezza sullo stato di crisi della struttura e sul futuro del Pronto soccorso, oltre a un confronto in Regione.

Il 25 giugno era intervenuto il presidente del Pineta Grande, Vincenzo Schiavone, attribuendo i quattro bilanci in perdita ai limiti contrattuali imposti sulle prestazioni di emergenza. Il presidente della Regione, Roberto Fico, aveva assicurato che l’amministrazione stava lavorando al dossier.

Poi, il 6 agosto, un nuovo strappo, secondo quanto riportato da Repubblica sulla base di una nota della direzione, l’ospedale aveva annunciato una riduzione dell’attività del Pronto soccorso Pineta Grande. Il giorno dopo era arrivato il dietrofront, con il ritorno a pieno regime dopo un confronto con la Regione sul contratto 2026, ancora non definito. Soluzioni tampone, dunque, che non hanno impedito alla crisi di riesplodere.

Il nodo dei 39 milioni

Al centro dello scontro c’è il contenzioso sulle prestazioni indifferibili erogate oltre il budget. La proprietà le quantifica in circa 39 milioni di euro. È bene precisarlo: si tratta di una richiesta della parte privata, non di una somma che la Regione abbia riconosciuto come dovuta.

Il problema riguarda il modo in cui si finanzia l’emergenza. Gli accessi al Pronto soccorso non si possono programmare come una visita o un intervento ordinario. Per il sindacato, il diritto alla salute non può dipendere da una trattativa sui rimborsi o dallo sforamento dei tetti di spesa.

La Cgil, però, non si limita a puntare il dito contro i vincoli regionali. Secondo il sindacato, i bilanci della società mostrerebbero perdite di gestione in crescita e squilibri negli investimenti. È una lettura di parte, che nella documentazione disponibile non è supportata da dati contabili sufficienti a verificarla nel dettaglio.

Le posizioni restano distanti, l a proprietà insiste sulla sostenibilità economica del servizio e sulle prestazioni non pagate.

Il sindacato chiede di esaminare anche le responsabilità gestionali, senza scaricare i costi della crisi su pazienti e personale. Il tavolo richiesto dovrebbe affrontare entrambi i fronti.

Il futuro di 850 lavoratori

La vertenza riguarda medici, infermieri, operatori socio-sanitari e tecnici. Per gli oltre 850 dipendenti, la Cgil chiede garanzie su posti di lavoro e stipendi. Il sindacato si dice contrario a eventuali licenziamenti, cassa integrazione o tagli salariali.

Al momento, però, nessuna di queste misure risulta avviata. Quella del sindacato è una richiesta di tutela preventiva, legata al rischio di interruzione delle attività. La Cgil denuncia anche le disparità di salario e di garanzie che, a suo dire, separano ancora chi lavora nella sanità privata accreditata da chi lavora nel pubblico.

Il sindacato prospetta anche un’ipotesi alternativa, che dice comunque di voler evitare: affidare ad altre strutture accreditate le prestazioni oggi acquistate dal Pineta Grande, mantenendo servizi e occupazione. Il comunicato non indica però quali strutture potrebbero subentrare, né con quali accordi. Per ora resta solo una proposta.

Le richieste alla Regione

La prima richiesta della Cgil è un tavolo di crisi che faccia luce sulla tenuta finanziaria dell’ospedale. Il sindacato chiede inoltre di rivedere i criteri di accreditamento e finanziamento dei servizi di emergenza, legando le risorse alla funzione pubblica svolta e ai bisogni del territorio. Se la gestione privata non fosse in grado di garantire i servizi essenziali, la Cgil propone di valutare strade straordinarie, come l’internalizzazione o un maggiore controllo pubblico.

Su strumenti, costi e tempi, però, la nota non entra nel merito.

La questione è approdata anche nel dibattito politico. Il 10 ottobre, come riportato dall’ANSA, Gennaro Sangiuliano e altri esponenti dell’opposizione regionale hanno chiesto a Fico di intervenire. Prima di qualsiasi modifica alla rete dell’emergenza, chiedono di valutare i fabbisogni, i tempi di percorrenza e la capacità degli ospedali alternativi. Sapere che esistono altri presidi non basta, bisogna capire quanti pazienti possano accogliere, con quali risorse e attraverso quali percorsi. Ad oggi, non risulta un piano operativo definitivo per gestire lo scenario che si aprirebbe dal 1° gennaio.

Intanto, la Cgil si dice pronta a mobilitarsi insieme ai lavoratori e alle comunità locali e chiede alle istituzioni di trovare una soluzione prima della scadenza: chiarire i rapporti economici con l’ospedale, salvare il servizio di emergenza e dare risposte concrete al personale. Sono questi i nodi ancora da sciogliere in una vertenza che tiene insieme salute, risorse pubbliche e lavoro.