Una ricetta che prima o poi proveremo. Un ristorante dove sicuramente andremo. Un paio di scarpe da cercare con calma. Una frase che non vogliamo dimenticare, il nome di un film, una conversazione divertente, un prodotto da comprare.

Screenshot.

Passano settimane o mesi e molte di quelle immagini rimangono lì, mescolate a fotografie, documenti e altre schermate salvate. Probabilmente alcune non verranno mai più aperte.

Eppure, quando incontriamo qualcosa che potrebbe tornarci utile, premere due tasti e conservarlo sembra quasi automatico.

Perché accumuliamo così tante informazioni digitali che forse non utilizzeremo mai?

Conservare costa pochissima fatica

Una delle caratteristiche degli oggetti digitali è evidente: non occupano spazio davanti ai nostri occhi.

Dieci libri appoggiati sul pavimento diventano immediatamente disordine. Dieci screenshot in più all'interno di uno smartphone praticamente scompaiono.

Una scoping review pubblicata nell'aprile 2026 su Humanities and Social Sciences Communications ha analizzato la letteratura dedicata al digital hoarding, cioè l'accumulo di contenuti digitali.

Gli autori sottolineano come il fenomeno debba essere considerato lungo un continuum. Conservare file, immagini e informazioni è infatti una normale attività quotidiana e non equivale automaticamente a un comportamento patologico.

In alcuni casi, però, la quantità di materiale può aumentare al punto da rendere più difficile organizzarlo e utilizzarlo.

Tra le motivazioni individuate dalla letteratura compaiono ragioni pratiche, sentimentali, legate all'identità e al desiderio di mantenere un certo controllo sulle proprie informazioni.

“Potrebbe servirmi”

Lo screenshot ha poi una caratteristica particolare: permette di rimandare una decisione.

Davanti a una ricetta interessante non dobbiamo stabilire subito se la cucineremo davvero. Davanti al nome di un ristorante non dobbiamo decidere quando andarci.

Possiamo semplicemente salvarlo.

In questo modo non conserviamo soltanto qualcosa che ci serve oggi, ma anche qualcosa che potrebbe servirci in futuro.

Il problema arriva quando questa logica viene applicata a centinaia o migliaia di contenuti. Più materiale conserviamo, più può diventare difficile ricordare cosa abbiamo salvato e soprattutto dove si trova.

Lo screenshot pensato per aiutarci a non dimenticare rischia così di essere dimenticato a sua volta.

FoMO e sovraccarico informativo

Una ricerca pubblicata nell'agosto 2026 su Online Information Review ha studiato proprio i meccanismi alla base del digital hoarding sui social media.

Lo studio, condotto su 404 partecipanti, ha osservato che la percezione del valore informativo e persuasivo dei contenuti può alimentare la fear of missing out, la paura di perdere qualcosa di importante, che a sua volta può favorire l'accumulo digitale.

Anche il sovraccarico informativo entra nel meccanismo: secondo i risultati dello studio può contribuire direttamente al digital hoarding e indirettamente attraverso il FoMO.

È un paradosso interessante.

Riceviamo talmente tante informazioni da non riuscire a elaborarle tutte e una possibile risposta consiste proprio nel conservarle per dopo.

Solo che quel “dopo” potrebbe non arrivare mai.

Una memoria esterna sempre in tasca

Screenshot, preferiti, cartelle salvate e note permettono anche di utilizzare lo smartphone come una sorta di memoria esterna.

Non dobbiamo ricordare il nome del locale: ricordiamo di averlo fotografato. Non memorizziamo il modello delle scarpe: sappiamo di aver salvato la schermata.

È estremamente comodo.

Ma la comodità della conservazione può produrre un nuovo problema: accumulare è molto più veloce che organizzare.

Fare uno screenshot richiede un secondo. Decidere se eliminarlo, inserirlo in una cartella, attribuirgli un significato e ricordarsi successivamente di consultarlo richiede invece attenzione.

Così la galleria cresce silenziosamente.

Non tutto il digital hoarding è uguale

È importante evitare di trasformare un'abitudine comune in una diagnosi.

La review del 2026 sottolinea proprio la necessità di distinguere differenti livelli e motivazioni del digital hoarding. Conservare materiale digitale può avere anche funzioni utili: permette di preservare ricordi, organizzare informazioni e creare archivi personali.

La domanda interessante diventa allora un'altra: riusciamo ancora a utilizzare quello che conserviamo?

Se ritrovare una ricetta richiede venti minuti di ricerca tra migliaia di immagini, il nostro archivio potrebbe aver perso almeno una parte della sua funzione originaria.

Il cassetto delle cose che faremo “un giorno”

Forse gli screenshot raccontano anche qualcosa del nostro rapporto con il futuro.

Dentro una galleria non ci sono soltanto immagini. Ci sono ristoranti nei quali vorremmo mangiare, viaggi che potremmo fare, libri che vorremmo leggere, vestiti che potremmo comprare e ricette che immaginiamo di preparare.

Sono piccoli promemoria delle possibilità che non vogliamo perdere.

Ed eliminarli può significare prendere una decisione: ammettere che forse quella ricetta non la cucineremo mai o che quel prodotto non ci interessa più abbastanza.

Salvarli, invece, permette di lasciare aperta la possibilità.

È forse per questo che continuiamo ad accumularli.

Non sempre conserviamo uno screenshot perché sappiamo che ci servirà. A volte lo conserviamo perché non siamo ancora pronti a decidere che non ci servirà mai.