Il Mose, il sistema di barriere mobili progettato per proteggere Venezia dalle inondazioni, svolge un ruolo cruciale nella salvaguardia della città. Tuttavia, la sua attivazione, soprattutto se prolungata, genera significativi impatti sull'equilibrio ecologico della Laguna di Venezia. Questa è la principale conclusione di un'approfondita ricerca condotta dall’OGS, Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Scientific Reports.
Lo studio analizza in dettaglio il rapporto tra un utilizzo sempre più frequente del Mose e le sue conseguenze sull'ecosistema lagunare.
L'esigenza di attivare le barriere più assiduamente e per periodi più lunghi è direttamente collegata all'aumento del livello medio del mare, un fenomeno inesorabile indotto dai cambiamenti climatici. Il gruppo di ricerca ha esaminato attentamente i potenziali compromessi di questa fondamentale misura di adattamento, valutando gli effetti di un prolungato isolamento del sistema lagunare dall'ambiente marino aperto dell'Adriatico.
Per delineare scenari futuri, la ricerca ha preso in considerazione due distinti modelli climatici: uno caratterizzato da alte emissioni di gas serra e uno da basse emissioni. Questi modelli sono stati applicati a due specifiche finestre temporali: la metà del secolo, che comprende il periodo tra il 2045 e il 2049, e la fine del secolo, estendendosi dal 2095 al 2099.
Per entrambi i periodi e per ciascuno scenario, sono state analizzate le condizioni sia con l'attivazione del Mose sia in assenza del suo funzionamento, fornendo una visione completa delle dinamiche idriche.
L'equilibrio tra protezione e rinnovo delle acque
I risultati ottenuti dallo studio evidenziano un delicato equilibrio: se da un lato il Mose si dimostra efficace nel limitare l'innalzamento del livello del mare all'interno della Laguna di Venezia, dall'altro lato provoca un notevole e preoccupante incremento del tempo necessario per il rinnovo delle acque lagunari. Donata Canu, ricercatrice della sezione di Oceanografia dell’OGS e prima autrice dell'articolo scientifico, ha chiarito la complessità della situazione: “Questo studio dimostra che, sebbene il Mose possa salvaguardare Venezia dalle inondazioni, allo stesso tempo intensifica anche il confinamento idrodinamico che, combinandosi con le variazioni di temperatura, produce una severa pressione cumulativa sul sistema lagunare”.
Approfondendo le proiezioni, la ricerca rivela che nello scenario ad alte emissioni, correlato a un riscaldamento globale più estremo, le chiusure del Mose potrebbero raggiungere una frequenza di circa 248 giorni all’anno. In tale condizione critica, oltre un terzo dell'intera laguna richiederebbe più di 20 giorni per un completo ricambio delle proprie acque, con evidenti ripercussioni sulla qualità ambientale. Nello scenario a basse emissioni, gli impatti previsti risultano circa dimezzati, suggerendo una minore frequenza e durata delle chiusure e un più rapido rinnovo idrico. La dottoressa Canu ha concluso ribadendo l'importanza cruciale di “proiezioni accurate dei cambiamenti futuri [che] sono essenziali per guidare sia le politiche di mitigazione che quelle di adattamento”.