Il presidente dell’Inter, Beppe Marotta, è intervenuto il 21 ottobre 2026, alla vigilia della sfida di Champions League contro lo Shakhtar Donetsk, per delineare la prospettiva del club sulle ambizioni europee. Al centro del suo discorso, la massima competizione continentale: non un obiettivo categorico, ma piuttosto un sogno da perseguire con determinazione e realismo, inserito in un ciclo sportivo che il dirigente ha definito complessivamente positivo.

La Champions: tra aspirazione e pragmatismo

Marotta ha chiarito la sua posizione, respingendo l'idea che la coppa dalle grandi orecchie sia stata indicata come un traguardo formale per la stagione.

"Non ho parlato di obiettivo Champions, ma ho sottolineato il dovere di impegnarsi al massimo e il diritto di sognare", ha affermato il presidente nerazzurro. "La Champions è un sogno, un vero e proprio sogno". A supporto della sua tesi, ha citato un dato indicativo: "L'anno scorso chi ha vinto ha perso le prime tre partite, il PSG". Questo riferimento serve a bilanciare la delusione per i recenti risultati negativi – "due sconfitte bruciano, dobbiamo rifarci in modo assoluto" – con la necessità di evitare giudizi definitivi in una competizione notoriamente lunga e imprevedibile.

Il dirigente ha poi ampliato la riflessione sul ciclo sportivo dell’Inter, evidenziando la costante presenza europea e i successi già conseguiti.

"È un ciclo che prosegue bene; aver partecipato con continuità alla Champions è già un successo", ha spiegato Marotta. "Aver conquistato scudetti, trofei e raggiunto diverse finali testimonia un ciclo positivo. Manca ancora quella 'ciliegina sulla torta', ma non è semplice aggiungerla". La coppa europea rimane, dunque, l'elemento ancora da conquistare, senza però offuscare la valutazione favorevole sul lavoro svolto negli ultimi anni.

La difesa rinnovata e le responsabilità collettive

Riguardo alle recenti difficoltà, Marotta ha evitato di attribuire le responsabilità esclusivamente al reparto arretrato, pur riconoscendo i profondi cambiamenti estivi. "Non è un alibi, ma quest'estate ci siamo trovati a dover rinunciare a quattro elementi, e rimpiazzarli adeguatamente non è stato facile", ha ricordato.

"Alcuni sono partiti per questioni anagrafiche, altri, come Dumfries, sono andati al Real Madrid. Si gioca in undici, e non mi sento di addossare le colpe solo alla difesa. La difesa può avere responsabilità, ma solo se anche il resto della squadra collabora o meno; si può certamente migliorare". Il messaggio è chiaro: le problematiche vanno affrontate e corrette, ma sempre nell'ottica di una lettura collettiva della fase difensiva, che coinvolge l'intera squadra.