Ciò che è accaduto qualche giorno fa al congresso del SAP, il Sindacato Autonomo di Polizia, richiama da vicino la protervia e la sfacciata pretesa di impunità di cui facevano pubblico vanto i mandanti e gli esecutori dei delitti "di Stato" negli anni delle dittature sudamericane che hanno caratterizzato le seconda metà del secolo scorso.

Il lungo applauso di solidarietà dei colleghi all'indirizzo degli agenti di polizia che il 25 settembre 2005, durante un controllo di polizia, hanno causato la morte per "asfissia da posizione" (cioè per avere schiacciato con le ginocchia il torace sull'asfalto) di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 19 anni di Parma, e che per questo sono stati condannati, sia pure con una formula di eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi che ne attenua le responsabilità, non può non preoccupare e impensierire.

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Che garanzia di protezione può dare ai cittadini onesti una Polizia che giustifica e fa uso della prevaricazione, dell'abuso e della violenza contro cittadini inermi, rivendicando per sé l'impunità?

Per fortuna, almeno questa volta, le massime autorità istituzionali e di governo, dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi al Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso hanno condannato duramente l'accaduto ed espresso solidarietà a Patrizia Moretti, la coraggiosa madre di Federico che da nove anni si batte perché i responsabili della morte del figlio paghino per il loro delitto e non possano più indossare la divisa che hanno disonorato.

Lo stesso Capo della Polizia Alessandro Pansa ha espresso vicinanza alla madre di Federico e si è detto disponibile a incontrarla, come poi è avvenuto.

Al di là delle belle parole di circostanza tuttavia, l'impressione è quella che, sull'esigenza ormai improcrastinabile e da più parti sollecitata di una profonda riforma delle modalità di reclutamento e formazione della forze di Polizia, a prevalere sia ancora una volta la tesi minimalista che vuole che le Forze dell'Ordine siano, nella stragrande maggioranza, democratiche e rispettose delle leggi e che i comportamenti violenti e autoritari siano attribuibili a pochi individui isolati e facilmente identificabili e neutralizzabili, le famose mele marce.

Che le cose non stiano esattamente così basterebbero due fatti a dimostrarlo: di fronte a quanto accaduto al congresso del SAP non si ha notizia di nessuna reazione indignata delle "forze di Polizia sane", quelle che, per prime, avrebbero tutto l'interesse a espellere come corpi estranei quei colleghi teste calde che rovinano la reputazione del'intera istituzione della Polizia di Stato.

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Come leggere questo silenzio? Come paura di esporsi, tolleranza, tacita approvazione o cos'altro?

E infine, come si spiega che il dibattito sull'introduzione nella nostra legislazione del reato di tortura, che ha ripreso fiato anche a seguito di questo episodio, sia duramente contrastato proprio dai sindacati di polizia che minacciano di ricorrere, nel caso la proposta passi, anche ad azioni dimostrative come lo sciopero?