Nuove indagini sulle mani della 'ndrangheta sugli appalti per l'Expo 2015, condotte dal procuratore aggiunto di Milano, Ilda Boccassini, hanno portato all'arresto di 13 persone tra la Lombardia e la Calabria. L'elenco delle accuse gli indagati è particolarmente lungo: associazione di tipo mafioso, detenzione e porto abusivo di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d'ufficio, favoreggiamento, minacce e danneggiamento mediante incendio. Tra gli arrestati, Antonio Galati, di 62 anni e suo figlio di Giuseppe, di 35 che, insieme ad altri parenti affiliati alla cosca dei Mancuso di Vibo Valentia, gestiva gli affari della famiglia in Lombardia.

Una rete di connivenze

Gli arrestati, secondo quanto emerso dalle indagini, ottenevano vantaggi nell'assegnazione di appalti e notizie riservate su finanziamenti grazie a contatti con esponenti della politica, dell'imprenditoria e delle banche. Rapporti equivoci che hanno fatto scattare le manette ai polsi di un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell'Agenzia delle Entrate e un imprenditore immobiliare. Tra gli "affari" portati a termine, una serie di speculazioni immobiliari, realizzate grazie al cambio di destinazione d'uso di alcuni terreni, ottenuto col favore di amministratori e tecnici del comune di Rho.

Favori comprati con 300mila euro forniti direttamente dalla cosca di Vibo Valentia attraverso due imprenditori prestanome, anch'essi arrestati.

Un'azienda di Giuseppe Galati, la Scavedil, era addirittura riuscita ad ottenere due subappalti legati alle opere dell'Expo 2015, presentando un regolare certificato antimafia. Circostanza sottolineata con preoccupazione da Ilda Boccassini, che ha raccontato come la certificazione sia stata ottenuta semplicemente trasferendo le quote della società al cognato.

"Sarebbe bastato" ha dichiarato la Boccassini "fare una visura storica sulla società in questione per evidenziarne i legami con la 'ndrangheta". Una dimostrazione, nel caso ce ne fosse stato bisogno, sia dell'inefficienza dei controlli sugli appalti dell'Expo, che della radicata infiltrazione delle cosche calabresi nel tessuto produttivo lombardo. Infiltrazione che non è stata minimamente scalfita della maxi inchiesta "Infinito" del 2010, con la quale si riteneva di aver smantellato la 'ndrangheta in Lombardia.

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