Un’inchiesta di Piazza-Pulita ha rivelato di nuovo l’indolenza cancrenosa dello Stato italiano che non vigilia attraverso i suoi emissari sulla ricollocazione dei beni confiscati alla mafia, di cui de facto ma sine iure si riappropriano i mafiosi. Una vera e propria connivenza dello stato latitante, che fa solo mosse-figurina come quella di insediare dal 2010 a Reggio Calabria la sede dell’Agenzia Nazionale che avrebbe dovuto seguire l’amministrazione degli immobili passati allo Stato.

Appartamenti abitati illegalmente e gratis

Il team del programma condotto da Corrado Formigli è entrato in possesso di un dossier con gli indirizzi degli immobili confiscati, sparsi come spore in tutta Italia.

Secondo una relazione della Dia al Sud si troverebbero 390 immobili confiscati in via definitiva: di questi, 120 sulla carta sono liberi, 1 assegnato e 21 occupati. Il primo è quello riferito alla famiglia D’Ambrosio, che ai suoi tempi d’oro gestiva le attività illecite spadroneggiando ad Altamura e nel barese. Nel loro appartamento abita un semplice inquilino che corrisponde direttamente a Donato D’Ambrosio, patriarca del clan, un affitto di 250 euro al mese e 25 euro di spese tutto a nero. A Bari, Quartiere Libertà, si trova la casa intestata a Michele Costantino, il quale ha in curriculum anche 14 anni di carcere inflitti dal 416bis per associazione a delinquere mafiosa. La pena prevedeva anche la confisca della sua abitazione a partire dal 2007, ma il boss ne è tornato in possesso e qui sconta gli arresti domiciliari, senza che nessun supervisore giudiziario abbia attualizzato lo stato di fatto.

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Ancora la Dia rivela la situazione al Nord e ciò che prima rileva è una situazione molto vischiosa. Ufficialmente sarebbero 665 gli immobili confiscati, di cui 139 occupati da famigliari di condannati. Restano 305 fantomatici appartamenti di cui non ci sono dati aggiornati. A Milano si trova la casa di Pasquale Cicala, portato in carcere dall’Operazione Infinito, condotta in tandem dalla Procura di Milano e Reggio Calabria che hanno accertato la presenza in Lombardia di una holding criminale. Adesso nell’abitazione di Cicala risiede la moglie, la quale dichiara che un anno fa ha smesso di pagare il mutuo, sospeso in seguito alla confisca. Adesso il mutuo pendente è a carico dello Stato. La storia si ripete con Roberto Malgeri, Luigi Siciliano, oppure Federico Carniglia, l’uomo che nel 2006 rivelò informazioni fondamentali per la caccia a Bernardo Provenzano.

Il suo avvocato spiega che solo un quarto del suo appartamento rientra tra i beni confiscati, sugli altri tre quarti Carniglia versa un canone di 150 euro al mese al netto delle spese.

A riscuotere il suddetto canone dovrebbe essere un amministratore giudiziario, ancora secondo l’avvocato, ma non c'è nessuna ufficialità nelle carte. Nessuno degli attuali inquilini, per lo più famigliari dei mafiosi in carcere, accetterebbe di lasciare la casa in cui vive, come è costume degli abusivi. La casa ‘se la sono fatta loro’ ed è secondario che la grana sia venuta dal malaffare.