Un'investigazione sotto copertura durata qualche anno di Lav e Animal Equality Italia mette a nudo la dura realtà degli allevamenti dei conigli. Immagini sconcertanti dell’interno degli allevamenti intensivi dei conigli documentano per la prima volta un sistema basato su mille sofferenze e zero diritti. "Si è trattato di un lavoro complesso e senza precedenti – dichiarano le associazioni - che ha permesso di svelare una realtà tragica: cuccioli morti e gettati a terra senza alcuna considerazione, altri lasciati a morire di fame o morti per ore nelle gabbie dove hanno vissuto per tutta la loro vita; animali malati, con tumori, non curati, ignorati, sgozzati senza pietà".

Il video ha portato ad un servizio del Tg1 “Tutto quello che non vuoi sapere sui conigli”.

Ottanta giorni trascorsi in una gabbia. Poi il macello. In Italia ogni anno sono circa un milione i conigli allevati e destinati a finire nei nostri piatti. Si inizia dall'inseminazione artificiale per poi passare all'ingrasso forzato con 7 conigli stipati nella stessa gabbietta senza spazio vitale per muoversi. Diversa sorte per le fattrici e i conigli da riproduzione che vengono invece isolati.

Per questi motivi, ma non solo, la Lav e Animal Equality Italia hanno indetto una petizione affinché i conigli siano considerati come animali d'affezione (cani e gatti) e la loro macellazione solo un ricordo. #‎coraggioconiglio‬ è l'hashtag da seguire per monitorare la nuova campagna delle associazioni animaliste.

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Sul fronte opposto troviamo invece la Coldiretti che già nei mesi scorsi ha lanciato alcune iniziative per tutelare l’allevamento di questo animale in Italia considerato una delle «eccellenze» del nostro Paese. Ad agosto proprio l'associazione degli allevatori ha lanciato l’allarme per il calo del numero di conigli allevati: dimezzato negli ultimi 25 anni. I conigli in Italia sono passati da 12,3 milioni del 1990 ai 6,5 milioni nel 2015. Forse il segnale che già nella popolazione il coniglio si inizia ad affiancare a cane e gatto non solo nell'immaginario, ma anche nel piatto. Malgrado il crollo l’Italia si conferma comunque primo produttore europeo.