Bashar al-Assad gode di alleati potenti. Se così non fosse, il suo governo avrebbe probabilmente avuto egual sorte rispetto a quelli di Saddam Hussein e Mu’ammar Gheddafi, il cui vero tallone d’Achille, in fin dei conti, fu quello di essere poco lungimiranti nella ‘scelta delle amicizie’. Già la scorsa estate il sostegno della Cina al presidente siriano era stato reso di pubblico dominio, quando l'ammiraglio Guan Youfeu aveva incontrato il ministro della difesa siriano, Fahd Jassem al-Freij, annunciando che Pechino avrebbe fornito aiuti umanitari alla popolazione martoriata dalla guerra ed addestramento militare alle forze armate di Damasco.

L'ufficiale cinese, nella stessa circostanza, era stato protagonista di un summit con Sergej Charkov, uno dei principali generali russi impegnati nelle operazioni militari in Siria. Nuovi tasselli di un definito mosaico, adesso, rendono concreta la possibilità di un asse Pechino-Mosca che, prendendo spunto dalla questione siriana, possa allargare intesa e dialogo su tutto il Medio Oriente. Per gli Stati Uniti, i cui rapporti con la Russia sono attualmente 'congelati', è una pessima notizia.

Pechino tende la mano a Putin

Lo scorso fine settimana il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha votato due progetti di risoluzione sulla Siria ed i rappresentanti di Pechino si sono astenuti, esprimendosi favorevolmente al progetto russo (che ha avuto anche il favore dei governi egiziano e venezuelano, ndr). Liu Jieyi, rappresentante cinese presso il Consiglio delle Nazioni Unite, ha espresso rammarico per la posizione del Palazzo di Vetro che ha rigettato la proposta di Mosca.

"La Cina è contraria al rovesciamento del potere politico in qualsiasi nazione ed alle interferenze nella politica interna degli Stati con la scusa dei diritti umani", ha detto l'alto rappresentante del governo cinese. In parole povere, per Pechino l'attuale governo siriano è l'unico legittimo ed è una posizione che si incastra alla perfezione con quanto ripetutamente espresso da Vladimir Putin.

Summit Russia-Cina, questione di giorni

Il fitto calendario di incontri internazionali presenta subito un'occasione ghiotta per il presidente russo e per il suo omologo cinese, Xi Jinping.

Il 15 e 16 ottobre prossimo a Goa, in India, è infatti in programma l'ottavo summit dei Paesi aderenti al BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e potrebbe essere la svolta propizia per discutere in privata sede della questione siriana. La Cina ha parecchi interessi economici in Siria, primo tra tutti il recupero dei pozzi petroliferi che, precedentemente alla guerra civile, erano gestiti da Pechino.

Ma ci sarebbero anche risvolti strategici dal punto di vista militare, Pechino guarda con estrema attenzione a ciò che accadrà nei prossimi mesi a Tartus nel quale, notizia di ieri, la Russia ha intenzione di creare una base navale permanente. Secondo indiscrezioni, il governo cinese potrebbe mettere a disposizione ingenti fondi per i lavori di ammodernamento della struttura che, successivamente, potrebbe essere condivisa dai natanti di entrambi i Paesi.

Un punto di partenza

I consiglieri militari di Pechino sono già presenti in Siria ma questo è solo un punto di partenza. Cina e Russia condividono lo stesso parere anche su altre questioni che riguardano il Medio Oriente, zone particolarmente turbolente come Iraq, Yemen ed Afghanistan. Quest'ultimo Stato, in particolare, viene considerato da Pechino "area di interesse strategico". L'impressione è che la fitta ragnatela geopolitica che Putin sta tessendo ormai da mesi inizia a prendere forma. Un altro filo conduce direttamente ad Ankara dove è stato messo nero su bianco relativamente al progetto "Turkish Stream", il gasdotto che fornirà gas naturale dalla Russia alla Turchia ed all'Europa Orientale. Nel corso dell'incontro tra Putin e Recep Erdogan si è discusso anche della Siria il cui fronte settentrionale vede direttamente impegnate le forze armate turche nell'operazione "Scudo dell'Eufrate".

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