Su Kim Jong-un è stato detto e scritto di tutto. Si dice che il leader norcoreano sia convinto che James Bond e Rambo siano persone reali e non frutto della finzione cinematografica, si dice anche che condanni ai lavori forzati gli atleti che falliscono nelle manifestazioni sportive internazionali. Le immagini che giungono in Occidente sono quelle di imponenti parate militari, di una folla adorante nei confronti del proprio capo indiscusso, migliaia di persone che esprimono il loro indotto entusiasmo con palpitazioni di orwelliana memoria.

In realtà, in questa parte del mondo non sappiamo ciò che accade realmente in Corea del Nord e quello che giunge alla stampa occidentale è stato spesso 'forzato', tanto da dare luogo ad autentiche leggende metropolitane. Le continue provocazioni del giovane dittatore, purtroppo, corrispondono al vero e sono una spina nel fianco della comunità internazionale. I test missilistici eseguiti da Pyongyang, l'ultimo recentissimo nel Mare del Giappone, sono sprezzanti risposte alle sanzioni che l'ONU ha imposto al Paese asiatico e sono rivolte indirettamente agli Stati Uniti d'America. Kim Jong-un ha inscenato un lungo braccio di ferro con Barack Obama, ora sta probabilmente 'tastando' il terreno con Donald Trump.

Trump stranamente indifferente

L'ultima provocazione di Kim Jong-un è stata studiata a tavolino, l'annuncio del positivo test missilistico è stato dato un'ora prima della cena di Stato tra Donald Trump ed il premier giapponese, Shinzo Abe. Ma la risposta del presidente degli Stati Uniti non è arrivata, Trump è stato piuttosto formale nel sottolineare che "Washington è al fianco del Giappone". Nessun riferimento alla Corea, nemmeno a quella del Sud prezioso alleato statunitense e, certamente, più esposta alle minacce dello scomodo vicino.

Chi si aspettava 'fuoco e fiamme' dalla Casa Bianca è rimasto deluso, così come parecchi oltranzisti repubblicani che vorrebbero una linea più dura rispetto a quella di Obama nei confronti del regime nordcoreano che non escluda l'uso della forza. L'indifferenza di Trump nasce probabilmente dalla strategia ancora incerta che la sua amministrazione intende adottare in Estremo Oriente.

I rapporti con la Cina sono la chiave di volta

Pechino ha condannato l'ennesima provocazione di Kim Jong-un ma la Cina, in cui apporto potrebbe mettere davvero alla berlina la Corea del Nord, al momento non ha interesse di disfarsi completamente di un vecchio alleato diventato scomodo nel corso degli anni.

L'isolamento definitivo di Pyongyang potrebbe portare ad un indebolimento del regime ed al suo prevedibile crollo il cui risultato finale sarebbe la riunificazione della penisola. Una Corea unita e 'capitalista' al confine non è certamente nei progetti del leader cinese Xi Jinping. Donald Trump dal canto suo ha fatto la scelta 'saggia' di tendere la mano verso Pechino e la cordiale telefonata con Xi Jinping è la dimostrazione di questo cambio di rotta.

La guerra diplomatica tra le due maggiori potenze economiche del mondo non conviene a nessuno e, pertanto, proprio in quest'ottica è probabile che la strategia iniziale del presidente degli Stati Uniti nei confronti della Corea del Nord non sia differente da quella del suo predecessore. I 'falchi' repubblicani dovranno attendere, le supposizioni di sanzionare le aziende cinesi che hanno relazioni commerciali con Pyongyang o il dispiegamento del THAAD, un scudo antimissili di alta tecnologia, al confine tra le due Coree, pregiudicherebbero qualunque tentativo di dialogo tra Washington e Pechino.

Dopo lo smacco del bando anti-Islam bloccato dai giudici, Trump ritiene probabilmente più utile ripiegare su uno stile 'presidenziale'? Di certo la politica internazionale, tallone d'Achille dell'amministrazione Obama, è un terreno fertile per riprendersi dal knock-out.

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