Non è la prima volta che un gigante commerciale fa causa a persone qualunque per ragioni quantomeno discutibili, ma stavolta la vicenda ha quasi del ridicolo. 13 contadini indiani sono stati accusati di aver coltivato una patata brevettata dalla Pepsi, senza aver prima ottenuto il permesso. Ora si sta cercando di "patteggiare" tramite la consegna del prossimo raccolto alla multinazionale, ma alcuni attivisti sono convinti che agire così sarebbe un'ingiustizia.

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La patata brevettata dalla Pepsi

La Pepsi ha fatto causa a 13 contadini indiani. Questi sarebbero colpevoli di aver coltivato, senza autorizzazione, la patata FC5. Questa, infatti, è stata ufficialmente brevettata dalla Pepsi, ed è particolare perché possiede una quantità di umidità minore rispetto alla patata normale. Questo fa sì che le patate FC5 siano molto più adatte nella produzione di snack di patatine.

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Per questi motivi, sotto il marchio Lay's, la Pepsi le utilizza. Proprio questa grande multinazionale americana ha introdotto la patata in India nel 1989, consegnandola ad alcuni contadini selezionati che hanno l'obbligo di venderla a un prezzo stabilito. Sembra però che alcuni abbiano iniziato a coltivare i tuberi in proprio e in zone non previste dagli accordi.

I 13 contadini, coltivando senza permesso questa varietà di patate, hanno insomma commesso un crimine.

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Scienza Ambiente

La Pepsi ora ha chiesto loro un risarcimento di 125mila euro ciascuno, in quanto avrebbero violato i diritti del copyright. Inutile aggiungere che per dei contadini indiani questa è una cifra astronomica.

Secondo gli attivisti l'atto della Pepsi è 'contro la sovranità alimentare delle nazioni'

Quattro dei contadini finiti in questa vicenda complessa appartengono allo stato del Gujarat, mentre tutti gli altri provengono dal Sabrarkantha e da Aravalli.

Proprio nei giorni passati si è tenuta la prima convocazione in tribunale. Per adesso i magistrati non hanno ancora preso decisioni definitive, ma la Pepsi ha intanto proposto ai contadini di risolvere la questione in un altro modo. I coltivatori potrebbero consegnare alla multinazionale il prossimo raccolto di patate, e così eviterebbero di dover pagare la cifra di circa 125mila euro. Inoltre dovrebbero firmare un documento in cui dichiarano ufficialmente che la proprietà dei diritti di questi tuberi è esclusivamente della multinazionale.

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Anand Yagnik, avvocato dei contadini, per il momento però sta cercando di prendere tempo. Infatti, con il diffondersi di questa storia sui media, moltissimi attivisti indiani stanno prendendo le parti degli agricoltori incriminati. In particolare vorrebbero che lo stato si schierasse dalla parte dei suoi cittadini, in quanto, a parere sempre di questi attivisti, l'atto della Pepsi sarebbe contrario "alla sovranità alimentare e a quella delle nazioni".

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Il 12 giugno si terrà la sentenza, in concomitanza con la prossima udienza. In quell'occasione si vedrà come tutto sarà risolto.

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