Continuano senza interruzioni da ormai due settimane i bombardamenti dell'esercito israeliano sulla striscia di Gaza. La potenza di fuoco scatenata su ordine del premier Benjamin Netanyahu si concentra prevalentemente nell'area nord della striscia, dove sono collocati i principali porti palestinesi. I morti, secondo fonti palestinesi, sono almeno 80 e centinaia i feriti.

Il silenzio assordante del mainstream rende questa offensiva israeliana due volte tragica, anzitutto per la popolazione civile palestinese che si trova a dover convivere ancora una volta con il terrore e la morte e in seconda battuta per il diritto violato all'informazione che pare avvolta da un velo omertoso quando si parla di Medio Oriente e Palestina.

L'offensiva israeliana accentua le già precarie condizioni di vita del popolo palestinese

Il presidente israeliano Reuven Rivlin ha dichiarato che l'azione bellica del suo paese sarebbe in risposta a un missile lanciato dai territori palestinesi verso la zona sud di Israele come rappresaglia a seguito degli storici accordi con gli Emirati Arabi.

Oltre alla scia di morti e feriti che i caccia e i droni con la stella di David si lasciano dietro, va aggiunto che Israele, detenendo anche il controllo delle rete elettrica dei territori, ha provveduto a diminuire la disponibilità di energia dalle solite otto ore a quattro, causando notevoli disagi, nonché seri problemi negli ospedali. I generatori di energia elettrica, di cui alcuni presidi ospedalieri sono dotati, non riescono a riescono a coprire tutte le necessità soprattutto quando i feriti a seguito degli attacchi missilistici affollano i pronto soccorsi.

Le azioni belliche israeliane vanno così ad aggiungere disperazione là dove già la vita è costellata di precarietà.

Gli interessi geopolitici americani aleggiano sul presente e sul futuro del Medio Oriente

Gli accordi di pace tra Israele e Emirati Arabi arrivano a fermare per il momento il cosiddetto "piano di pace per la Palestina" scritto dagli Usa e annunciato già da tempo dal presidente Trump con il quale Israele era formalmente autorizzato all'espansione territoriale verso la Cisgiordania.

Gli emirati parlano oggi di un blocco del suddetto piano, mentre il premier Netanyahu si affretta a precisare che si tratta solo di una sospensione momentanea, "l'annessione dei territori della Cisgiordania non è stata cancellata, ma solo rinviata", queste le sue parole.

La politica estera in Medio Oriente entra dunque a far parte anche della campagna elettorale americana e Trump si attribuisce i meriti degli accordi storici con i paesi arabi tradizionalmente ostili ad Israele per accrescere il suo prestigio e i consensi.Tuttavia, se il piano geopolitico congiunto statunitense- israeliano andasse in porto così come pensato ed auspicato, la nazione palestinese si troverebbe sempre più isolata e praticamente inesistente sia sulla carta che nei fatti.

L'annessione dei territori della Cisgiordania, occupati da Israele già nel lontano 1967 con la guerra dei 6 giorni, pare effettivamente già cosa fatta e questa temporanea "sospensione" (come la definisce il premier Netanyahu) fa pensare ad una mossa strategica per prendere tempo e diluire la rabbia scomposta di un popolo già stremato e ormai lasciato al proprio destino. Se, come appare ormai cosa fatta, l'appoggio storico della maggior parte dei paesi arabi dovesse venire meno, la nascita effettiva di una nazione Palestinese parrebbe sempre più difficile, mentre d'altro canto l'espansionismo israeliano si avvierebbe nei fatti ad assomigliare e congiungersi sempre più all'imperialismo dell'alleato statunitense.

Usa e Israele si avviano dunque a ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente fino all'obiettivo finale, l'Iran, paese verso il quale convergono gli interessi strategici di entrambi.

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